Is this our last chance to say all we have to say hiding here inside ourselves we live our lives afraid so close your eyes and just believe in everything your told 'cos in this land of great confusion it's easy to give up control
Strange world people talk and tell only lies Strange world people kill an eye for an eye Strange world dream one-day we'll see the light Strange world believe and everything will be alright And this is the place where everything begins and ends again no secrets left to find no seven deadly sins this world that we have wasted has kept us very well when science now is sacred who will save us from ourselves
Strange world people talk sometimes I wonder why Strange world people kill still no-one hears their cries Strange world burn these thoughtless tears out of my eyes Strange world
Sono viva. Non sono stata rapita da Lord Voldemort,
nè sono stata scritturata in EastEnders.
Ma che fine ho fatto?
Vorrei dirvi che sono stata in ferie.
Mentirei.
Le ferie le posso fare solo in settembre.
Ho ringhiato, sbuffato, sperato nell’arrivo di un qualcosa
che somigliasse vagamente all’estate.
Ora ci ho rinunciato: indosso rassegnata il
mio maglione di lana e tengo in borsa la giacca di Goretex.
Ho avuto anch’io la mia “Monica Lewinsky”,
ma senza sexgate: si chiamava Mike.
Mike era un intern, uno stagista appunto.
A differenza di Monica, Mike pesava trenta chili
bagnato e aveva un look indie: jeans super-skinny,
magliette di quattro taglie più piccole, capelli lunghetti
perennemente arruffati e tendenzialemente sporchi,
necessariamente acconciati con scriminatura laterale.
Studiava business e marketing, ma me lo sarei visto
meglio a spinare birra al The Old Blue Last pub.
Mike ha finito il tirocinio ed ora sta godendosi
un viaggio in inter rail per l’Europa. God bless him.
Ma che fine ho fatto?
Avete presente Emily Strange?
Avevo deciso di scurirmi i capelli perchè
tendevano disgraziatamente al castano-rossiccio.
Tuttavia, invece di bruna scura, sono diventata nera.
Non sto male, a dire la verità. Gli anfibi ce li ho,
vesto prevalentemente di nero, direi che sono
sulla buona strada per fondare o una setta
satanica o un gruppo goth-metal.
In agenzia sono circondata da francesi che ogni
mattina mangiano croissants.
Ribadisco “ogni” mattina. Facevo notare loro che
se lo facessi anch’io nel giro di un mese non
passerei più dalla porta.
Mi hanno risposto: “hai mai visto una francese grassa?”.
Eureka.
Al rogo dunque la “dissociata”, la “scarsdale”,
la “weight watcher”, è il croissant che ci farà
ritrovare la linea perfetta!
Ora dirò una banalità.
Il francese è proprio una lingua elegante.
Ho imparato a dire “trou du cul” che suona piacevolissimo
alle mie orecchie, ma che vuol dire coglione.
Trou du cul... e pensare che è un’offesa.
Passo e chiudo con Treviso is burning by Frangetta:
TURNING THE PLACE OVER
Liverpool, Moorfield Station, dal 20 giugno.
Liverpool è stata nominata Capitale europea
della cultura 2008 e per celebrare questo evento
lo scultore Richard Wilson ha realizzato sulla facciata
di un edificio abbandonado un’installazione intitolata Turning the Place Over.
Lo scultore ha rimosso una sezione circolare della
facciata e l’ha riapplicata su di un perno girevole
consentendo così ai passanti di sbirciare all’interno dell’edificio.
L’istallazione è stata inaugurata il 20 di giugno
e potrà essere ammirata fino alla fine dell’anno.
Non so perchè ma di recente ho sviluppato
una passione sfrenata per i baffi.
Sarà che il pizzetto è superato e il rasato
è scontato, per cui riscopro nel baffo
potenzialità sottovalutate.
Un tempo associavo il baffo alle
gerarchie militari, ai telefilm degli
anni ‘70 o all’Est europeo.
Ricordo che in Yugoslavia, negli anni Ottanta,
il baffo era un tratto caratteristico del
look maschile, spesso addirittura sfoggiato
da adolescenti semi imberbi.
Un tempo non mi sarei mai voltata
per guardare qualcuno con il baffo.
Mai.
Oggi mi ritrovo ad osservare con
curiosità questi baffetti che sfrecciano
in bicicletta o che sorseggiano della
birra nei locali all’aperto di Shoredich.
Li trovo così divertenti che
mi chiedo se mi donerebbero.
Per il make-up si ringrazia "Pencil thin Mustaches",
modello "Movie Star".
Si entra in gruppi di otto, massimo dieci persone.
La stanza è completamente buia, un unico fascio di luce lo illumina,
tanto che sembra sospeso nel vuoto.
È un oggetto d’arte bellissimo che toglie il fiato.
For Love the of God è un calco in platino di un vero teschio umano
ricoperto da 8601 diamanti del peso di 1106.18 carati.
Un’opera d’arte unica, un oggetto celestiale.
È l’ultimo straodinario lavoro di Damian Hirst.
È costato tra i $16 e i $20 milioni ma ve lo portate
a casa con soli $99 milioni, se desiderate acquistarlo.
È esposto alla White Cube gallery a Mason’s Yard fino al 7 luglio 2007
e fa parte di un’ambia esposizione monografica intitolata Beyond Belief
che si divide tra il White Cube Gallery di Mason’s Yard e il White Cube
in Hoxton Square.
L’entrata in entrambe le gallerie è gratuita.
La Palmira è stata la prima e la prima
donna delle pulizie non si scorda mai.
Aiutava mia madre a tenere pulita la casa,
lavorò da noi così a lungo che alla fine si trasformò
in una persona di famiglia, una specie di bambinaia,
una zia adottiva. La Palmira è stata con noi fino al
giorno in cui, troppo vecchia, decise di andare in
pensione e prendersi cura dei suoi nipoti.
Dopo è stato il turno della Claudina.
Una ragazza dolcissima con un talento innato per il
disegno. Spesso, tra una spolverata e una lavatrice, mi
disegnava i personaggi di Walt Disney. Un giorno
giunse indossando gli occhiali da vista e stentai a
riconoscerla dietro a quei fondi di bottiglia. Scoprii
che era cieca come una talpa, poverina.
Quando ci lasciò per un posto in fabbrica fu un
triste giorno.
Tuttavia, la signora Carla si dimostò
una degna sostituta ed era pure un’ottima cuoca:
le sue patatite saltate in padella me le sogno ancora
oggi di notte.
Di quella che venne dopo ricordo solo che era molto
anziana e temevamo che un giorno o l’altro si
sarebbe rotta un femore inciampando su un tappeto.
Fu rimpiazzata da Attila, la sorella della signora Carla.
Non aveva nulla della grazia e della precisione della
Carla, Attila era un bulldozer. Ovunque passava faceva
danni, immaginate due mani abituate a lavorare la terra
che spolverano cristalli e bicchieri di vetro di murano.
Attila se ne andò il giorno in cui mia madre le comunicò
che aveva bisogno di una donna tutti i giorni.
Non era vero ma mia madre sapeva che Attila non sarebbe
mai rimasta a quelle condizioni.
Funzionò.
Trovammo poi la signora Flora, la mamma di un mio
ex compagno di scuola. La signora Flora era un mito,
alle otto di mattina arrivava con i tacchi alti,
il tubino stretto, il rossetto rosso e, così agghindata,
puliva la casa.
Impossibile dimenticare la dolcissima Anna, innocente
come un bambino, calma e sempre in ritardo. Dei gravi
problemi alla schiena le impedirono di continuare il lavoro
e tornò a lavorare nel bar di campagna nel suo paese natale.
Aveva considerato tutte le possibilità,
dal secondo lavoro, al gioco d’azzardo,
dal matrimonio di convenienza, alla rapina a mano armata
ma, dopo lungo pensare, era giunto alla conclusione
che trasferirsi a Dubai fosse la soluzione migliore.
Dubai era il luogo in cui i sogni diventavano
realtà e dove gli incubi peggiori svanivano.
Dubai era il paradiso in cui avrebbe potuto
guadagnare 30 mila sterline l’anno d-e-t-a-s-s-a-t-e,
la terra promessa che gli avrebbe permesso di ripagare
in due anni le 15 mila sterline di debiti
che aveva accumulato all’Università.
L’istruzione era la gallina dalle uova d'oro degli istituti di credito,
sapevano che, concendoti un finanziamento in giovane età,
ti avrebbero stretto il cappio al collo per il resto della vita.
L’istruzione non era un diritto universale, era un gran bel business.
Comunque era stufo della pioggia, un pò di caldo gli avrebbe fatto bene.
Lì a Dubai era certo che non gli avrebbero puntato addosso un coltello per
rubargli l’iPod o il cellulare. Aveva bisogno di cambiare aria e quel posto
aveva il vantaggio di essere privo di attrattive cosa che gli
avrebbe concesso di concentrarsi sulla stesura del suo libro.
Scrivere era la sua passione segreta.
Il lavoro era ben pagato e aveva pure ottenuto
un considerevole salto di livello. Non poteva lamentarsi.
Poi c’era quella ragazza che non gli staccava gli occhi di dosso...
Mark era un bel ragazzo, le donne gli cadevano ai piedi e lui lo sapeva,
ma era anche incredibilmente abile nel mettersi nelle situazioni più sbagliate.
Le rogne, come le donne, avevano per lui una diabolica attrazione.
Le rogne dovevano essere, dunque, femmine.
Consapevole di ciò, si era ripromesso di evitare le avances della ragazza.
Infondo non era lì per farsi una storia ma per scrivere la storia
che lo avrebbe reso famoso.
Tuttavia, più la eludeva più Liz (questo era il nome della ragazza) si faceva esplicita finchè cedette ed accettò l’invito a cena a casa sua.
Qualche pinta di troppo e Liz gli aprì il suo cuore
confessandogli di avere un fidanzato:
quello che in ufficio sedeva accanto alla finestra.
Il triangolo in ufficio no, quello non gli era ancora capitato.
Trascorsero un mese in clandestinità scambiandosi email infuocate,
messaggi con promesse d’amore e piani futuri,
qualche bacio furtivo ma, in sostanza,
tutto era rimasto puramente platonico.
Una sera Mark era sul punto di addentare un panino
quando ricevette un messaggio:
«Stasera lo lascio. Gli dico che non lo amo più.»
«Ci siamo», pensó.
Era pure un pò a disagio perchè non era certo di volere,
fino in fondo, ciò che stava accadendo.
All’una di notte il cellulare squilló.
Era Liz.
Alzó il ricevitore, la sentí singhiozzare, era fuori di sè.
Stentava a capire quello che diceva perchè le parole
le si strozzavano in gola.
«...cidere. ...le ...ccidere.»
«Calmati, non capisco nulla. Prendi fiato. »
«Lui. Lu.. vu.. vu.. u.. ucc.. »
Ci volle una manciata di minuti perchè riuscisse
a mettere in fila la frase per intero:
«Lui dice che se lo lascia si uccide»
E a quanto pare faceva sul serio tanto che Liz
chiamó il padre del fidanzato che lo mise sul primo
aereo per Manchester e lo consegnó allo psichiatra
che lo aveva in cura anni prima.
Diagnosi: psicosi maniaco-depressiva.
Il suo istinto ci aveva visto chiaro, quella portava rogne,
avrebbe dovuto rimanere fedele al programma originario:
scrivere. Ma era un dongiovanni e, visto che l’ex si era
eliminato da solo, non vedeva perchè non godersi
finalmente quel bocconcino.
Cosí si promisero che, al ritorno dalle ferie, sarebbero usciti
per il primo appuntamento, che avrebbero iniziato da capo
lasciandosi alle spalle tutta quella brutta storia.
Una settimana nella propria città natale, non vedeva
l’ora di rivedere la famiglia, i vecchi amici, di ubriacarsi al pub
e guardare le partite di calcio su Sky.
Fu ospite di John, suo vecchio inquilino, che conviveva
ancora in precaria armonia con l’ex. Non appena mise
piede in casa gli fu ovvio che Sheila, l’ex di John, lo aveva puntato.
«Rieccoci di nuovo. Non ci sono storie, le faccio capire
che ho il cuore impegnato» si ripetè, ma Sheila
aveva a disposizione armi potenti ed una volontà di ferro.
Gli disse chiaro e tondo che lo voleva, che lo aveva sempre desiderato
e che lui, questo, lo sapeva.
Sì era vero, lui sapeva che tra loro c’era stata in passato
una simpatia reciproca, ma ora aveva una donna che
lo aspettava a Dubai.
Dubai, figuriamoci!
Alla prima occasione in cui furono soli in casa,
lei lo trascinó in camera da letto e aggiunse alla sua
collezione il trofeo più sospirato.
Non aveva tradito Liz, tecnicamente, si rassicurava, perchè
non erano ancora ufficialmente assieme, perchè non
erano ancora usciti per il primo appuntamento.
E tutto sarebbe andato liscio (dato che la coscienza se
l’era messa a tacere con questa scusa) se non fosse
stato per quell’infezione che “urlava” il suo tradimento.
«Maledizione a me e a quella stronza di Sheila che mi ha
attaccato questa roba schifosa» grugnò.
Il dottore lo rassicuró che applicando quella pomata
in due settimane sarebbe tornato come nuovo.
«Due settimane?! Come faccio a temporeggiare per due settimane?
Che scuse le invento? Perchè mi vanno sempre tutte storte?»
si torturava incapace di darsi una risposta.
Riuscì a mettere in fila una serie impensabile
di scuse degne del Re della Menzogna:
un mal di testa, una scadenza di lavoro,
una cena di lavoro, un’intossicazione alimentare,
la partita della squadra del cuore...
Allo scadere del quindicesimo giorno la pomata
aveva fatto effetto e le scuse erano esaurite:
era tempo di invitarla al primo appuntamento.