C’è nebbia fitta in Val Padana.
In localitá Spercenigo Richard Gear
tira l’ultima boccata ad una Camel Lights
prima di mettersi alla guida della sua Golf GTI.
Accende l’ipod e seleziona
la playlist “101 love songs”.
Profuma di Eau de Coulogne Atkinsons.
È un pó nervoso: il terzo appuntamento
è statisticamente decisivo, quello in cui
si porta a casa il risultato.
È in anticipo. Come sempre.
Alle 20.31 suona il campanello.
Il portone si apre di scatto.
Sale le scale e trova la porta di casa socchiusa.
Entra e la chiude dietro di sè.
La luce è soffusa, Billy Holiday suona in sottofondo.
Dietro una tenda una voce femminile lo chiama sensuale: Richaaard sono qui…
Sposta la tenda e cosa vi trova dietro?
Lei…
1. che indossa un pijama di flanella con orsacchiotti colorati
2. con una canottiera ben rimboccata dentro le mutande
3. che si è scordata di depilarsi le ascelle
4. è Kim Basinger in Nove Settimane e 1/2
PER LEI
Rosso Valentino o total black?
Kim Basinger è un’eterna indecisa.
Ha trascorso l’intera settimana a
passare in rassegna tutto il guardaroba
in vista della cena di questa sera.
Coro: Total black! Non sbagli mai e smagrisce pure!
Suona in campanello: sono le 20.31.
E' puntalissimo.
Si aggiusta il rossetto,
si da l’ultima occhiata allo specchio.
Una strafiga.
Lui entra e le porge un mazzo di camelie rosse.
Il messaggio è inequivocabile: desiderio di te.
Le versa dello Champagne guardandola negli occhi
e si allontana lentamente lasciandola sul divano a sorseggiare il vino.
In sottofondo Chris Isaac canta Wiked Games
e Lui inizia a svestirsi.
Caduti tutti gli abiti come foglie in autunno, Kim scopre che?
Lui…
1. indossa un tanga leopardato nuovo di pacca
2. ha un tatuaggio imbarazzante sul petto
3. ha le unghie dei piedi smaltate
4. è Richard Gear in America Gigolo
Una volta mi è accaduto che…
Siete invitati a lasciare le vostre testimonianze dirette (o riportate)
di ció che vi ha pietrificato, imbarazzato o fatto scoppiare in una fragorosa risata
in uno di quei momenti in cui TUTTO dovrebbe essere passione rosso fuoco.
37 USES FOR A DEAD SHEEP (2005) (37 cose che si possono fare con una pecora morta)
È un documentario affascinante che racconta la storia dei Pamir Kirghiz, una tribú nomade di circa 2mila persone originaria dell’Asia Centrale che solo 27 anni fa viveva quasi ancora all’etá del ferro e che dal 1979 vive esule nella Turchia orientale.
È un documentario che parla di casa, esilio e appartenenza.
Il regista Ben Hopkins ha voluto ricostruire, con l’aiuto della tribú stessa, la storia delle loro migrazioni, i loro usi e costumi in modo divertente, appassionante, commovente.
La narrazione delle vicende storiche è realizzata attraverso ricostruzioni filmiche a cui i membri stessi della tribú hanno partecipato in veste di attori, rese attraverso stili cinematografici diversi e scenette comiche: il risultato è un film nel film.
Scopriamo come l’antipatia del popolo Kirghiz per il Comunismo li abbia costretti a fuggire dalla Unione Sovietica, quindi dalla Cina Maoista, dall’Afganistan ed infine dal Pakistan fino a trovare definitivo rifugio in Turchia nel 1979.
Il documentario è quindi in parte documento storico, in parte studio antropologico, parte ritratto del conflitto tra individuo e cultura globalizzata, parte commedia per quanto concerne il processo di realizzazione del film stesso.
Guardando il documentario ci si innamora progressivamente di questa gente con il viso solcato dal sole d’alta quota e dal vento rigido; che sogna le montagne, i pascoli, i ruscelli, i cieli della loro terra; gente che da nomade è diventata stanziale rinunciando a parte della propria cultura e sapere, e le cui nuove generazioni sognano di trasferirsi ad Istanbul per aprire internet caffè.
Alla fine, ció che rimane, è un senso di profonda affezione per un popolo dal sorriso contagioso e la mesta consapevolezza che lo si sta guardando scomparire.
Vincitore del Caligari Film Prize – Berlinale 2006
Vincitore Best International Documentary – Hotdocs 2006
Vincitore Best British Feature Documentary – Britdoc 2006
Nominato al European Film Academy Documentary Awards 2006
Alla fine della cerimonia lo sposo chiede al parroco quanto deve alla chiesa.
Il parroco dice: "E' usanza dare in proporzione alla bellezza della sposa!".
Lo sposo allora dona al parroco 20 euro.
Il parroco toglie il velo della sposa e dice: "Aspetti che le dò il resto"
Al ristorante. Vociare, rumore di piatti e posate.
Dalla parte opposta della tavolata.
Simo: Maryyyy! Sai cosa mi ha appena detto D.? MV: Cosa? Simo: Che assomigli ad una sua amica! MV: È la mia croce! D. devi sapere che io assomiglio sempre a qualcuno. Simo: Sí, è detentrice del Guinness dei Primati. Tutto è iniziato con Marina Suma. MV: Sfido! Era negli anni 80! Te l’ho mai detto che mia zia Ivana mi chiamava Ambra nel periodo di Non é la Rai?
Grassa risata generale.
Simo: Poi hanno iniziato a dirti che assomigliavi a Winona Ryder! In Fuck Vitalogy Today(*) Simone ha pure coniato il verbo “winonaryderizzarsi”! MV: Sí ma era per il taglio di capelli fatto da Ashh! Alu: E anche Carmen Consoli! MV: Mi hanno dato pure della Asia Argento... Simo: Qualcuno è saltato fuori anche con Julia Roberts! Alu: Ma dove?!?! Simo: … Poi ci sono i sosia non noti. MV: Non dimenticheró mai alla laurea della Karen che, di proposito, mi ha seduta davanti ad una mia sosia. L’esperienza piú straniante della mia vita. Non riuscivo a smettere di guardarmi(la). Simo: Ma ti somigliava cosí tanto? MV: Avrebbe potuto essere tranquillamente mia sorella. Frax: La scorsa estate ti chiedevano se eri sorella della Stefania! MV: Ho anche gente che mi invia per email foto dei miei sosia. Frax: Scherzi spero? MV: No, no. Quest’estate in Sicilia ho conosciuto una coppia di Bologna che ha voluto la mia email per spedirmi la foto di una collega a cui assomigliavo. E hanno mantenuto la promessa.
Ilaritá tra l’incredulo e lo sconcertato.
E la cosa piú incredibile è che, spesso, la gente per strada non mi riconosce.
(*) Fuck Vitalogy Today di Simone Battig, ed. Theoria, 1997.
Simone ha appena pubblicato un nuovo libro Neogenesis, ed. Barbera Editore, 2006
Ci ritroviamo tutti alle 19:00 alla Colonnetta.
Tempo e luogo sono coordinate istintive
che ricordano quei fenomeni noti in natura
come migrazioni, privi peró della stessa suggestione e
mistero: la meta è l’osteria, il fine l’aperitivo.
Ordino uno spritz con Aperol e un panino con la porchetta.
Si parla e si ride.
Ci sono anche due ragazze siciliane in visita da un amico.
È un pó umido, ma non piove e la temperatura è
piuttosto mite per un novembre inoltrato.
Un uomo esce barcollando dall’osteria,
fa due passi, si gira, e,
mentre cerca di metterci a fuoco,
ci annuncia che per lui
“è arrivata l’ora di tornare a casa”.
Tuttavia non ne ha la minima intenzione.
Da lí a poco, infatti, inizia un monologo etilico
ricco di date, ricordi d’infanzia e di gioventú,
il tutto cadenzato da bestemmie.
“No so uno che dixe paroasse, ma in compenso, ne a me vita,
go bestemá tanto” (non sono uno che dice parolacce,
ma, in compenso, nella mia vita ho bestemmiato tanto)
Non ne avevamo dubbi.
Penso alle due ragazze siciliane, che probabilmente
non sono abituate a questo imprecare, diffuso soprattutto in Veneto.
Inizia a raccontarci della sua vita,
del padre ferroviere morto precocemente e
della madre vedova che affida il figlio
alle cure del collegio fin dall’etá di tre anni:
“sono nato sotto il fascismo io” puntualizza.
Ricorda date con una luciditá incredibile nonostante
sia visibilmente ubriaco.
Quindi lancia un’invettiva contro i preti,
li odia tutti per quello che gli hanno fatto
passare: “perchè i preti sono tutti cattivi”
conclude lapidario.
Penso che chiunque abbia studiato in istituti
gestiti da preti o suore di solito li detesta.
L’uomo è incontenibile, non ci lascia spazio
per un’uscita di scena.
Guardo l’ora e penso che l’ho ascoltato a
sufficienza, ma lui parla proprio rivolgendosi
a me, occasione che gli altri sfruttano per
svicorlarsi.
Lo affronto quindi con fermezza: “devo andare a casa”.
Lui mi guarda, mi tende la mano e si presenta:
“io mi chiamo Sergio, mi stia bene”.
Sono stata ad una conferenza di James Jarvis, un illustratore inglese, famoso soprattutto per gli Amos toys, serie di giocattoli da collezionare tratti dai suoi personaggi.
Jarvis ha parlato dei libri di infazia che lo hanno influenzato nella sua arte o che comunque ha amato, letto e riletto fino a consumarli.
Alcuni dei suoi libri d'infanzia erano anche i miei come quelli di Richard Scarry:
Libri dettagliatissimi nella descrizione dei luoghi, delle attivitá svolte dagli animali antropomorfi che convivono pacificamente uno accanto all’altro, volpi e lepri, cani e gatti. Il mio eroe era un verme di terra (o era una biscia?) con il cappello da alpino!
Tra le mie letture preferite c'era Che Disastro!: le avventure di un cucciolo di leviero afgano il cui vero nome è Principe Amir di Kinjan, ma tutti lo chiamano Che-Disastro perchè ne combina una dietro l’altra. È impacciato, pasticcione, sporco, pulcioso e in cima alla sua testa vive appollaiato un piccolo uccellino giallo che ricorda un po' Woodstock dei Penuts.
Come non ricordare poi il bruco che “aveva ancora fame” di Eric Carle?
Poi c'e' lo splendido Faeries di Brian Froud e Alan Lee con le sue illustrazioni raffinatissime, poetiche, che solleticano la fantasia.
Un classico per chi ama il mondo delle fate e degli gnomi.
Questi libri li conservo tutti nella mia libreria e li sfoglio ancora oggi con immenso piacere.
Due anziane signore sono ricercate dalla polizia
per il furto di un portafogli avvenuto in un treno.
La Polizia Ferroviaria Britannica ha divulgato l’immagine CCTV
delle due vecchine che se la svignano dalla stazione di Sunderland
tenendo stretta la borsa di proprietá di
uno studente che viaggiava nello stesso treno.
Chiunque le riconoscesse è pregato di rivolgersi alla Polizia.
Driiin, Driiin.
Suona il campanello dell’ufficio.
“Chiudo il computer e arrivo!” rispondo al citofono in Italiano.
“Are you talking to the tramps in Italian?” sento chiedermi alle spalle.
“They are not tramps. They are my girlfriends” puntualizzo al mio capo.
Tutte e tre le ragazze sono arrivate e si sono giá presentate.
Claire è l’unica “straniera” in un week end di italiane a Londra.
Un pó come quando a Treviso ti immergi in una serata organizzata da Fabrica
e ti senti in vacanza all’estero.
Jamon, Jamon
Ci fermiamo per un paio di birre in un pub di Shoredich con i colleghi di lavoro.
Ceniamo a Camden da Jamon Jamon ristorante spagnolo di tapas dove ci accolgono due ragazzi spagnoli dallo sguardo furbetto, uno dei quali parla italiano e scambia due chiacchiere con Nico.
Cinque minuti dopo entra la sua fidanzata, una bella gnocca con dei dread cosí curati da sembrare finti.
Arrivano al tavolo le tapas ordinate e tutte sono servite con contorno di patate: stufate, bollite, fritte, arroste.
L’unica tapa che non arriva con le patate di default è quella della Nico: un cocktail di 17 gamberi, 1 avocado, 13 foglie di lattuga e q.b. di salsa rosa.
La borsa.
Decidiamo di andare sabato mattina a Portobello Market per un bagno di folla e una lenta processione di bancarella in bancarella.
Acquistiamo due borse che scontate vengono 14 sterline a testa.
La nostra soddisfazione dura finchè non troviamo una bancherella poco piú avanti che le vende a 10.
Il berretto.
“Questo berretto mi stringe la testa. Mi ferma la circolazione del sangue”
Guardo il berretto, è una cacciola con disegni peruviani.
Sono sicura di avergliela giá vista adosso, tuttavia ha qualcosa di insolito.
“È che mia mamma non sa lavare la lana”.
Ora ricordo: quella cacciola una volta era un basco.
Alla tavola calda.
Lo shopping fa fame. Prendiamo posto nella mia tavola calda di fiducia.
Di fronte a me si siede un gruppo di quattro ragazzi.
Incrocio lo sguardo di uno di loro per un paio di volte e penso che è davvero molto carino per cui decido di condividere con le amiche questo mio pensiero.
“Mi sono innamorata”
“Di chi?”
“Ore 16. Ma girati con discrezione!”
Alu si gira di scatto, allunga il collo, strizza gli occhi e fissa il tipo.
Con discrezione.
“È che io mi fisso sui particolari” si giustifica “memorizzo i dettagli, l’occhio sinistro, l’incisivo destro… Non ricordo i visi nel loro insieme.”
Come con il mio vicino di casa.
Lo saluto solo se lo incontro nel condominio.
Ad una festa un mio amico, riferendosi ad un altro presente,
mi fa: “beh ma voi due vi conoscete, no?”
“Mmhh no, non lo conosco. Comunque piacere Alu!” tendendogli cordiale la mano.
“… Veramente abito di fronte a te”
Una volta ero in macchina con Roby.
Una Punto mi si affianca.
“Roby, guarda Pier!” esclamo.
Gli faccio ditazzo dal finestrino.
Lui abbassa finestrino: “credo che tu ti sia sbagliata”
Sbianco: “Mi sa proprio di sí”
Da Caffè Nero.
C’è una coppia di turchi seduta al tavolo accanto al nostro.
Lui ha un bel baffo brizzolato.
Lei è una giovane donna con i capelli ondulati.
Parlano fitto.
La tasca del suo completo squilla.
Lui l’ignora. La tasca smette di squillare.
Parlano fitto.
La tasca trilla di nuovo.
Lui, sempre parlando, da un’occhiata al display del cellulare
e lo rinfila in tasca.
Il trillo si interrompe.
Continuano a parlare fitto.
La tasca suona per la terza volta.
Nico: “È la moglie”
Mutande antistupro.
“Qui nessuno indossa la canottiera. Le donne vanno in giro con la pancia scoperta anche in inverno”
“Anche le mie amiche se è per questo, hanno sempre caldo.”
“Io la canottiera me la metto pure dentro le mutande, hai presente quando ti escono le alette dai lati?”
“Sí, è una tecnica antistupro”
Il Baffo.
È allegria.
È simpatia.
È musica anni 80.
È una lunga e folta chioma tutta boccoli.
È una tuta di lycra nera scollata a V sulla schiena.
È un paio di moccassini di pelle bianca.
È una catena d’oro al collo.
È un DJ.
È un mito.
Pancake
Alla domenica decidiamo di fare colazione fuori.
Ordiniamo pancake con banana e mirtilli.
Alla cassa c’è un bel ragazzo mulatto,
capello a fungo anni 70,
gran bel viso,
camminata effeminata.
Che sfiga.