ISRAELIANI E PALESTINESI UNITI IN PROTESTA CONTRO IL MURO
Come ogni settimana, da due anni a questa parte, diverse centinaia di persone hanno innalzato le bandiere e marciato in protesta lungo la via principale del villaggio di Bil’in, nella West Bank, fino a raggiungere il muro.
Davanti ad un gruppo di soldati israeliani hanno ribadito la loro contrarietà alla costruzione della barriera di 437 miglia che si dispiega lungo la West Bank e che ha sottratto metà dei territori appartenenti al villaggio di Bil’in. Oltre la barriera inizia il più vasto insediamento israeliano nei territori occupati, Modi’in Illit.
L’unicità di questa protesta sta nel fatto che i dimostranti sono un raro mix di Palestinesi e Israeliani che porta avanti una forma di protesta e resistenza non violenta. Le proteste a scadenza settimanale di Bil’in, giunte al secondo anniversario di attività venerdì scorso, sono uno degli esempi più alti di attivismo congiunto tra due popoli, spesso amaramente divisi.
Uri Avnery, 83, un ex parlamentare israeliano e uno dei più famosi attivisti della sinistra israeliana dice: “questo villaggio è unico perfino in Palestina perchè è l’unico villaggio che ha il fegato di lottare, settimana dopo settimana, contro la costruzione del muro”
E continua: “L’opinione pubblica israeliana non è a conoscenza di quanto accade qui, non sa nulla. Noi vogliamo far capire che questo muro non ha nulla a che fare con la sicurezza: è un muro che sottrae terra ai villaggi per darla agli occupanti dall’altra parte.”
Mustafa Barghouti, un parlamentare moderato Palestinese dice: “Bil’in ha dato il migliore esempio di lotta non violenta contro le misure prese da Israele, il messaggio è che non accetteremo mai il muro dell’apartheid”
Le parole di Barghouti trovano eco in un rapporto speciale delle Nazioni Unite, uscito la scorsa settimana, sul rispetto dei diritti umani nei territori Palestinesi che contiene una delle più aspre critiche alle scelte politiche di Israele nei territori occupati giungendo a paragonarle a quelle dell’apartheid in Sud Africa.
Comunque la triste realtà è che l’azione congiunta di Bil’in non è riuscita nè a deviare la traiettoria del muro nè a sensibilizzare l’opinione pubblica israeliana.
Ofer Shorr, 39, traduttore di Haifa, regge un cartello “il muro deve cadere”: “stiamo chiudendoli in un ghetto e, in un certo senso, questo sta circondando pure Israele”.
Non appena una nuvola di gas lacrimogeno viene lanciata contro la folla, un gruppo di ragazzi palestinesi risponde con una sassaiola.
Gad Miron, israeliano, con la moglie Sara, insegnante di matematica dice: “Fa male sapere che stiamo ancora occupando i loro territori, ma non abbiamo una rappresentanza che possa cambiare lo stato delle cose. C’è una profonda paura che è iniziata con l’Olocausto e che ora muove le scelte del governo. Non siamo in grado di liberarci di questa paura, ma, con le nostre azione, ci stiamo mettendo in pericolo”.
Fonte: the Guardian
Lascio l'ultima parola ad uno dei graffiti realizzati da Bansky sul muro presso il villaggio palestinese di Kalandia.
Da piccola sognavo di fare la ballerina.
Ricordo ancora quel pomeriggio in cui
mia madre mi accompagnó ad iscrivermi
alla scuola di danza piú accreditata della cittá.
Una donna le disse di tornare l’anno successivo
perchè ero troppo piccola.
Cosí, per quell’anno, mi iscrisse a ginnastica artistica,
ma mi appassionai cosí tanto che continuai a praticarla
per sette anni consecutivi e mi scordai di diventare una ballerina.
Mi iscrissi insieme a Cristina, la mia amica del cuore.
Tutti ci chiedevano se eravamo sorelle gemelle nonostante
lei avesse gli occhi verdi. Sará stato perchè avevamo
entrambe i capelli tagliati a caschetto, neri e lisci,
e una corporatura minuta.
Il mio attrezzo preferito era il volteggio.
Cristina era molto portata per la trave, mentre io
c'avevo un rapporto di amore e odio con quell'attrezzo:
avevo il terrore di cadere.
Un'equilibrista con le vertigini… che paradosso!
Seguivamo le competizioni nazionali ed
internazionali soprattutto su Il Ginnasta,
rivista mensile della Federazione, talvolta in televisione,
ma solo per le gare piú importanti quando la RAI si
degnava di mandarle in onda, o andando ad assistere
ai campionati italiani.
Tenevamo un quaderno ciascuna dove scrivevamo le biografie
delle nostre atlete preferite, incollavamo
le fotografie ritagliate dai giornali e, quando non avevamo
due doppi della stessa immagine, disegnavamo una copia
ricalcandola con la carta semitrasparente.
Conservo ancora quei quaderni. Ora peró esiste
Youtube e ho scoperto una galleria inesauribile di filmati
che risalgono a Nadia Comaneci passando attraverso
le mie eroine di infanzia per arrivare ai giorni nostri.
Questa atleta si chiama Tatiana Groshkova, anno 1973,
della grande scuola sovietica.
Tatiana e la trave erano una cosa sola. Si muoveva agile
e flessibile su una superficie di soli 10 centimetri, creativa,
innovativa, i suoi esercizi erano delle piccole coreografie,
dei camei ricchi di personalitá.
Questo è uno degli esercizi piú spettacolari che ricordi.
Questa è la puntata zero del nuovo programma
“Insegnanti da urlo”.
La puntata di oggi si intitola: Chi c’è nell’armadio?
Una storia non ha valore senza delle valide fonti
e L’Equilibrista ha scovato per voi un testimone oculare:
il Capitano Haller.
MV: Buongiorno Capitano Haller.
Benvenuto a Radio Spissa.
Dunque lei dichiara di essere un testimone oculare.
CH: Esatto.
MV: Ci racconti cosa ha visto.
CH: Quella mattina indossavo gli occhiali da sole.
Era piuttosto buio…
MV: Indossava gli occhiali da sole in classe?
CH: Sa com’è, quando si vuole un po’ di privacy…
MV: Quindi non è certo di avere visto bene?
CH: Eccome che ho visto bene!
MV: Ci racconti…
CH: La prof stava interrogando una compagna,
una parecchio timida, insomma… la sfigata della classe!
Sta qua era alla lavagna in piena crisi,
completamente in confusione e la prof continuava
a incalzare facendola agitare ancora di più.
MV: …
CH: Ad un tratto, la tipa si blocca davanti alla
lavagna, ha presente come quando le si ingolfa
il motore?
MV: È nel pallone!
CH: Preciso. La prof allora le chiede se è
la sua presenza a metterla a disagio.
La tipa annuisce.
A quel punto la prof si chiude dentro l’armadio
dicendole di chiamarla quando aveva risolto
l’equazione.
MV:!
CH: Ma c’è di piú. Pensi che dopo la ricreazione
spingeva la cattedra di traverso davanti alla porta
in modo che i ritardatari fossero costretti ad entrare in
classe a gattoni passando sotto la cattedra.
MV: Che invidia, averne di professori cosí!
CH: Eh sí! Quella non la batte nessuno.
MV: Noi dobbiamo fermarci qui, grazie al Capitano
Haller per la sua testimonianza.
CH: Di nulla. Grazie a Radio Spissa.
MV:Ci torni a trovare!
B: Voglio che tutto questo finisca al piú presto.
Non ce la faccio piú.
A: La tua è un’ossessione.
B: Ma è tutto cosí autentico, reale…
non puó essere solo una proiezione della mia mente!
A: È stato tutto un sogno, un viaggio al di lá della realtá.
Non è mai accaduto.
Non hai nessuna prova, niente di tangibile.
Solo parole che hanno nutrito la tua immaginazione,
parole che non hanno lasciato nulla dietro di sè.
Parole che hai creduto di sentire,
ma nessuno ha mai pronunciato.
B: Ma io provo dolore ed abbandono.
Come me lo spieghi?
Come puó un fantasma risvegliare sentimenti umani,
far bruciare e sanguinare!
Se chiudo gli occhi ogni sensazione, ogni stimolo,
ogni emozione riaffiora da sotto l’epidermide.
A: Ascolta.
Lo sai, sono sempre diretta
nei miei giudizi e su questa schiettezza
abbiamo fondato la nostra amicizia.
Non intendo alimentare questa follia,
non voglio assecondarla!
B: Sí, lo so… fai la tua parte.
È difficile capire.
Sfugge anche a me.
Eppure quando apro le finestre,
per una frazione di secondo,
vedo il mare e la luce mi acceca,
il sole mi scalda il viso…
poi svanisce.
Ma in quell’istante sono felice.
A: Dove ti trovi? Con chi sei?
B: Non lo so!
Domande di questo tipo, qui, non hanno senso.
È come voler misurare la superficie di una stanza
con un rilevatore sismico.
È piú come un’intuizione, un sesto senso,
una premonizione, una conoscenza pregressa;
non sai come abbia origine ma quando giunge la riconosci,
non hai esitazioni.
A: Cosa pensi di fare?
Cosí non puoi andare avanti.
Non porta a nulla.
Devi accettare che da quel sogno
tu ti sia definitivamente svegliata.
B: Cosa penso di fare?
Gridare! Gridare fino a perdere la voce,
fino a rimanere senza fiato.
A: Gridare come una pazza.
B: Cosí il dolore si spaventa e scappa via!
A: Giá. È un’idea.
B: AH! AH! AH!
A: AH! AH! AH!
Dai, stellina, andiamo a berci qualcosa.
Ora potete vedere la stessa scena su youtube, clicca qui
per vedere.
Adéle
Gabor
Gabor: Lei sembra una ragazza che sta per fare un errore.
Adéle: No, no, grazie sto bene... Ma sì! Sembra disperata!
Figuriamoci...
Ma, insomma, a che cosa sta giocando? Testa o croce? Su chi vuole far colpo?
Su nessuno! Non ho mai fatto colpo su nessuno! Che vuole? che cominci proprio oggi?!
Quanti anni ha per essere così triste? Ha una malattia grave? Le manca un rene? Il fegato? Una gamba?
No. Mi manca solo un pò di coraggio. Ho paura che sia troppo gelata.
Certo che è gelata! Che crede, che la scaldano?!
Basta non pensarci.
Ha ragione! Pensi a qualcosa di divertente, vedrà che le darà una spintarella!
Mica facile! Le cose divertenti non sono la mia specialità. Anzi è per questo che sono qui!
Sa che cosa vedo? Vedo che ci sarà uno spreco e questo non lo sopporto!
Quale spreco?
Lei! Non si butta una lampadina quando funziona ancora.
Beh, la mia lampadina è un bel pò che è fulminata.
Così mi deprime!
Allora se ne vada! Non le ho chiesto niente! Ho toccato il fondo, non capisce?
Ma quale fondo! Se deve ancora buttarsi! Sta attraversando un brutto momento. Tutto qui.
È da quando sono nata che attraverso un brutto momento, ho il marchio “catastrofe” e non se ne va!
E cosa crede che se ne andrà con l’acqua! E poi sono certo che è il suo primo tentativo.
Beh, mica passo la vita sui ponti!
Io sì.
Perchè? Anche lei si vuole buttare?
No, no! No, Io recluto.
Recluta chi?
Le mie partner. Donne che non hanno più niente da perdere. Io ci vivo. Di solito le trovo qui, a volte in cima le torri, soprattutto in primavera. L’inverno preferiscono i ponti.
Come me?
No, no. Non come lei. Quelle di cui parlo sono a pezzi, hanno sfondato il muro del suono.
E lei cosa fa?
Beh, a volte le manco.
Dipende.
Questione di equilibrio.
Dopo la quarantina il lancio del coltello diventa aleatorio.
È per questo che le cerco sui ponti, mi piace rendermi utile.
Tratto da: La ragazza sul ponte Titolo originale: La fille sur le pont Diretto da: Patrice Leconte Anno: 1999
MARCIAPIEDI
ATTENZIONE: LA LETTURA O LA VISIONE DI QUESTO POST
È SCONSIGLIATA A PERSONE IMPRESSIONABILI Si puó capire molto di un luogo
osservandone i marciapiedi.
Avrei dovuto fare un tesi sui marciapiedi,
sui rifiuti nelle strade, sulle tracce che
la gente lascia al suo passaggio,
sulla percezione che una comunitá
ha della Cosa Pubblica e di se stessa.
Ho iniziato ad interessarmi a
questo campo di indagine quando
frequentavo l’Universitá a Trieste.
A quel tempo mi limitavo a raccogliere
dati empirici da cui, successivamente,
attraverso un approccio induttivo, ho
preso coscienza dell’esistenza di pattern
comportamentali che potevano
essere astratti in massime universali.
Driin Driin
…
Scusate il telefono. Dicevo? …
Ah sí!, che raccoglievo dati empirici!
… Piú che altro li pestavo.
Trieste è una cittá piagata dagli escrementi
di animali domestici e randagi.
In quattro anni di Universitá ho pestato
un numero consistente di dati empirici,
ho imparato a ripulire i dati delle informazioni
superflue e, quando proprio non ne potevo piú,
ho gettato nel bidone dell’immondizia
gli strumenti del mestiere.
Ricordo che una mattina ne ho pestata una
in via Ciamician, appena fuori casa, e,
presa dallo sconforto, ho buttato le scarpe
nel cassonetto e sono tornata indietro scalza.
La ricerca è sacrificio, ma a tutto c’è un limite.
Piú tardi ho spostato il mio studio a Padova, zona Arcella.
In quel periodo mi ha affiancato nella ricerca
il buon vecchio Ste, collega di scrivania e,
all’epoca, CT dello Sporting Milingo.
Puntuali, ogni venerdí a pausa pranzo, ci recavamo
“dalla vecchia” che gestiva la pasticceria vicino all’agenzia
per decidere la formazione della squadra
del torneo di Fantacalcio.
Lo Sporting Milingo faceva pena, in perenne
lotta tra l’ultimo e il penultimo posto.
Lo avevo avvertito che di calcio non me ne intendevo.
La coscienza ce l’avevo tranquilla, io.
Tra l’agenzia e la pasticceria della vecchia
un giorno abbiamo contato 12 profilattici.
Quel record non lo abbiamo mai piú superato.
La mia indagine prosegue anche qui a Londra:
una ricerca che scavalca i confini dell’Italia,
una ricerca dal respiro internazionale.
I marciapiedi di Londra parlano del popolo
inglese dal didentro, ti conducono in un viaggio
alla scoperta delle viscere di questa cittá,
vanno dritti allo stomaco della gente.
Magia del binge drinking.
La piastrata sul marciapiede è la traccia piú emblematica
della presenza di una vivace night life nella zona:
vomito = divertimento garantito
Da tenere a mente.
Recentemente ho scoperto
l’esistenza di dati “dinamici”.
Sono dati che seguono una traiettoria
parabolica descrivibile attraverso
un’equazione cartesiana.
Tuttavia, quando ti piove addosso
un osso di pollo fritto mentre cammini per strada,
poco ti importa della fenomenologia del dato.
L’unica cosa che desideri è afferrare
quel tipo con il sacchetto del Kentucky Fried Chicken
che ti cammina di fronte, intimargli che
il lancio all’indietro dell’osso di pollo ciucciato
lo faccia a casa sua e quindi ficcargli
quell’osso in gola, ma di traverso.
Questo è uno dei reperti piú recenti (ed il mio preferito).
Si riconferma lo stretto legame tra
il marciapiede e le viscere della popolazione
londinese.
Trovato nel dinamico centro di Shoredich,
a due passi dal mio ufficio.
Folks! Siete invitati a contribuire a questo studio
internazionale inviando le vostre testimonianze
scritte, fotografate o filmate. Ogni contributo
consentirá di approfondire e ampliare il campo
di indagine a luoghi e culture a noi vicine e lontane.
I dati raccolti verranno pubblicati in questo blog.
È un progetto ideato e prodotto da L’Equilibrista.
All rights reserved ;))
Ero sul treno.
Ero da sola.
Fuori c'era la nebbia.
Ascoltavo un gruppo dalle influenze gothic.
Era proprio come nell'inverno del 1994.
Quell'anno avevo temporaneamente preso alloggio
a Udine pur frequentando l'Università a Trieste.
Avevo scelto di seguire il corso di informatica
che però inziava alle 8.00 di mattina.
Alle 8:00 di lunedì mattina.
1 ora e 9 minuti il tempo di percorrenza in treno tra Udine e Trieste,
significava prendere quello delle 6 e 30.
All'epoca ascoltavo prevalentemente musica dark The Cure,
Siouxsie and the Banshees, Bauhaus, Joy Division, Litfiba prima maniera.
Ogni lunedì mattina mi alzavo che era ancora notte,
mi muovevo al buio come un gatto, uscivo che tutti ancora dormivano,
le strade erano deserte, silenziose, coperte dalle foglie ingiallite,
indossavo le cuffie del mio walkman e
la mia mantella nera notte con un ampio cappuccio da Fata Morgana.
Oh, vedo tutto attraverso sabbia rossa e deserto
Ho sete, ho sete di te che non sei qui
Stella caduta dagli occhi,
Che voli sul mio deserto
Ho sete, le nuvole mi cadono dentro,
Cerchio che ha perso il suo centro,
Perché ha smarrito ogni senso
Oh, sabbia rossa e deserto
Lunga scala d'aria che sale dal deserto
Non c'è confine tra l'occhio dentro e l'occhio fuori
Morgana
Lenta processione all'alba nel deserto
Fata Morgana ha già cambiato ogni profilo
Aspetto a parlare prima che l'illusione si sia mossa
Poi scopro il confine che dall'infinito vola dentro di me
Morgana
Ho sete significa che sono vivo
Che importa se l'ultimo o il primo
Il cuore vuol battere ancora, ancora
Oh, sabbia rossa e deserto
La sento negli occhi, in fondo ai miei occhi,
Salire dal mare passando dal cuore
Quando riascolto questo genere inevitabilmente
mi riporta a quei lunedì mattina tra Udine e Trieste.
E' incredibile come la musica si insinui nella
memoria, rievochi emozioni, sensazioni,
odori di tanto tempo fa.
Oggi potevo ancora sentire il fruscio delle
foglie bagnate sotto i miei anfibi,
l'odore di umido e di terra,
il freddo passare attraverso il panno della mantella
e farmi rabbrividire.
Talvolta vorrei poter ascoltare un brano
come fosse la prima volta,
con un orecchio vergine, immemore.