Ridere è la forma piú alta di comunicazione.
Si puó parlare, disquisire, confidarsi,
ma non si puó ridere con chiunque.
Non parlo del riso a fior di labbra,
del sorriso cortese,
mi riferisco a quella risata che scoppia all’improvviso,
che ti fa salire le lacrime agli occhi,
che ti atrofizza le guance,
che ti fa sobbalzare il petto fuori da ogni controllo.
Non so neppure come si sia arrivate a parlare di lui,
ma, tra un discorso e l’altro, siamo approdate ad Andrea Pezzi.
Di recente so che ha condotto un programma
su RaiDue, ma, rispetto ad altri conduttori, è
spesso assente dalle trasmissioni televisive.
Ricordo che il suo stile di conduzione era
molto creativo, mai scontato, fresco e divertente.
All’epoca in cui lavorava ad MTV avrei scommesso che
sarebbe diventato uno dei grandi della TV italiana.
Invece no.
La percezione è che abbia faticato ad imporsi, a mantenere
una continuitá al’interno della programmazione televisiva
nazionale.
C’è poi venuto alla mente quel fatto di cronaca
con la Pandolfi e, chissá perchè, ci siamo chieste se
centrasse qualcosa con tutto questo.
Ció che ho trovato buffo è che tutte e tre,
pur non avendone mai parlato prima (e perchè poi parlare di Pezzi??),
avessimo esattamente le stesse impressioni a riguardo.
Sul divano c’era il libro delle tablature
dell’album Siamese Dream degli Smashing Pumpkins.
Da qualche tempo mi frulla per la testa
di imparare a suonare la chitarra.
In realtá ci avevo giá provato con Simona molti anni fa.
Andavamo a lezione da un amico ma non ha funzionato.
Non funzionano mai queste cose tra amici perchè
non le si prendono mai con la necessaria serietá.
Invece di suonare passavamo il tempo a farci fare le mappe astrali.
È lì che mi sono stati predetti i transiti di Urano.
Ma questa è un’altra storia.
Ho imparato a suonare solo un pezzo,
Wish you were here dei Pink Floyd, ed io,
i Pink Floyd, non li ho mai ascoltati in vita mia.
Imbraccio la chitarra elettrica, apro il libro e
mi metto a suonare Disarm. Dopo mezz’ora
sono piuttosto in alto mare, ci impiego una
vita a trovare le posizioni sulla tastiera,
gli accordi sembrano esercizi da contorsionista
per le mie dita atrofizzate, i polpastrelli mi dolgono,
mi innervosisco. Decido di prendermi una pausa,
mi infilo le cuffie ed ascolto il brano, per memorizzarlo.
Alzo il volume al massimo.
All’improvviso mi rivedo sul terrazzino in camera
di mio fratello seduta davanti ad un caldo tramonto estivo.
Disarm suona a tutto volume dal mega impianto
stereo, la ascolto e riascolto numerose
volte incurante del vicinato. Sono a casa da sola, guardo
il sole tramontare immersa nei mie pensieri.
Lo stabilimento della De’ Longhi a Silea (Treviso)
sta bruciando. È stato evacuato senza nessuna
perdita in termini umani.
Una enorme nube di fumo nero si è alzata in cielo
e la protezione civile invita la gente a rimanere in casa.
Mio fratello da casa fotografa la nube di fumo
con la digitale e uploada le foto nel PC.
Mia mamma mi chiama su messenger,
mi comunica la notizia e mi invia un paio di
scatti.
Poco dopo un’amica dal suo ufficio in centro a Treviso
mi chiama su Skype per darmi la stessa notizia, ma
io so giá tutto. Da Shoreditch sono io a mostrarle le immagini
dello stabilimento che brucia a Treviso.
Nessuno ne è immune.
Per lo piú ci si convive pacificamente,
talvolta se ne viene sopraffatti, spesso a causa loro
si viene derisi o, nel peggiore dei casi, evitati.
La mania ti assale la notte prima per l’indomani,
così regoli la sveglia, ti corichi a letto, ma pochi secondi
dopo riaccendi la luce perchè non sei certa di averla
azionata.
E se non funziona? Meglio testarla.
La regoli affinchè scatti 2 minuti dopo.
Trattieni il respiro...
Squilla.
Ottimo. Tuttavia ne imposti pure una seconda giusto
per sicurezza.
Driiiiin.
Sono le 8.00. Sgusci fuori dal letto e
ti prepari per uscire. Non ti consideri sveglia
se non hai bevuto il caffè con mezzo
cucchiaino di zucchero, rigorosamente bollente.
Se la temperatura è solo lievemente al di sotto
dei cento gradi centigradi lo butti.
Il blu è il tuo colore. Ti vesti di blu, vivi in una casa
in cui tutto, dalle pareti al servizio di bicchieri, dalla
carta igienica alle tende, è blu. Ma di tutte le sfumature.
Di tanto in tanto ti tingi di blu (rigorosamente elettrico)
pure un ciuffo di capelli,
Esci, chiudi la porta dietro di te con cinque mandate
ma per essere certa che sia chiusa ci dai pure un paio di
spallate contro.
Scendi per le scale perchè l’ascensore ti crea
claustrofobia e controlli che in tasca ci sia
il nastro di raso che ti rilassa e ti fa sentire
sicura quando lo strusci tra le dita.
Al lavoro se ti scappa un bisognino te lo
tieni fino alla pausa pranzo quando puoi
tornare a casa tua e farlo nel tuo bagno.
Se ti trovi fuori e proprio non ce la fai piú
prima di entrare in un bagno pubblico
ti arrotoli i jeans anche se li porti ad acqua
alta e non ci sarebbe modo di toccare per terra a
meno che tu non decida di distenderti sul
pavimento. Quindi sali sopra il wc e la fai
come fosse una turca perchè non vuoi rischiare di
sfiorare il bordo con le mutande o un lembo di pelle.
Poi le mani le lavi a 200 gradi centigradi per
eliminare i germi e questo lo pratichi
possibilmente decine di volte al giorno.
Quando sei al ristorante ti siedi sempre
lontano dalle pareti perchè devi essere
certa di poter andare al bagno se ti dovessi
sentire male. All’improvviso ti sale un sonno
incontrollabile, come una narcolessia, tutta
la stanchezza del mondo ti schiaccia e te ne torni a
casa spossata.
La frutta e la verdure non le mangi. Non le
tocchi neppure perchè ti ripugnano e sei in
grado di rilevare un micro pisello nascosto in un boccone
di carne, patate e pane. Non usi il sale, mai,
neppure nell’acqua della pasta e se qualcuno
si versa del sale sul piatto lo guardi innorridito.
Potrei andare avanti ore.
Mi fermo.
Questo è uno spaventoso collage di manie,
un melting pot di ansie e nevrosi.
Contiene manie di tante persone diverse, me compresa.
Non vi dico quali mi appartengono.
Vi lascio indovinare.
E se vi va potete contribuire ad aggiungere tasselli
a questa sorta di Frankestein.
Cosa c’è di piú rigenerante di una giornata
trascorsa all’aperto in uno splendido parco?
E cosa di piú stimolante dell’interazione con l’arte?
Mettete queste due cose insieme e ottenete
lo YSP, un luogo nato dall’incontro tra arte e natura.
Lo YSP è infatti un centro internazionale d’arte
moderna e contemporanea che si trova all’interno
di un parco di 500 acri risalente al XVIII secolo.
Quest’anno lo YSP celebra i 30 anni della sua
fondazione con una straordinaria esposizione
dedicata a Andy Goldsworthy.
L’esposizione annovera nuove opere esterne
permanenti commissionate all’artista, installazioni
collocate all’interno del museo realizzate in pietra,
tronchi d’albero ed argilla, dipinti realizzati con
l’ausilio di pecore e con sangue animale.
L’artista.
Andy Goldsworthy è uno scultore e fotografo
ambientalista nato nel 1956 in Cheshire e
cresciuto nello Yorkshire. Ha vissuto a lungo
in Scozia dove ha prodotto sculture e opere
paesaggistiche realizzate sia in ambientazioni
urbane che naturali.
La sua arte esplora e gioca con i piú svariati
materiali naturali come foglie, rocce, legno,
sabbia, argilla, ghiaccio e neve.
Spesso le stagioni e il tempo metereologico
stabiliscono la natura dei suoi progetti.
È considerato uno dei fondatori del moderno
Rock Balancing, l’arte di mettere le pietri in equilibrio:
nel comporre le sue opere effimere, l’artista
utilizza solo le mani, denti e strumenti trovati
in prossimitá; per i lavori permanenti, invece,
utilizza macchine utensili.
Goldsworthy utilizza invece la fotografia come forma
di documentazione artistica per supplire alla
mortalitá della natura e dei sui stessi lavori.
Le sue sono opera esteticamente splendide,
technicamente ingegnose, emozionanti, poetiche
e comunicativamente potenti per il forte messaggio
di rispetto ed amore per l’ambiente che portano.
Curiositá: nel 1995 Andy Goldsworthy ha realizzato
un’opera in sabbia chiamata Time Machine per
il Museo Egizio di Torino.