Sono viva. Non sono stata rapita da Lord Voldemort,
nè sono stata scritturata in EastEnders.
Ma che fine ho fatto?
Vorrei dirvi che sono stata in ferie.
Mentirei.
Le ferie le posso fare solo in settembre.
Ho ringhiato, sbuffato, sperato nell’arrivo di un qualcosa
che somigliasse vagamente all’estate.
Ora ci ho rinunciato: indosso rassegnata il
mio maglione di lana e tengo in borsa la giacca di Goretex.
Ho avuto anch’io la mia “Monica Lewinsky”,
ma senza sexgate: si chiamava Mike.
Mike era un intern, uno stagista appunto.
A differenza di Monica, Mike pesava trenta chili
bagnato e aveva un look indie: jeans super-skinny,
magliette di quattro taglie più piccole, capelli lunghetti
perennemente arruffati e tendenzialemente sporchi,
necessariamente acconciati con scriminatura laterale.
Studiava business e marketing, ma me lo sarei visto
meglio a spinare birra al The Old Blue Last pub.
Mike ha finito il tirocinio ed ora sta godendosi
un viaggio in inter rail per l’Europa. God bless him.
Ma che fine ho fatto?
Avete presente Emily Strange?
Avevo deciso di scurirmi i capelli perchè
tendevano disgraziatamente al castano-rossiccio.
Tuttavia, invece di bruna scura, sono diventata nera.
Non sto male, a dire la verità. Gli anfibi ce li ho,
vesto prevalentemente di nero, direi che sono
sulla buona strada per fondare o una setta
satanica o un gruppo goth-metal.
In agenzia sono circondata da francesi che ogni
mattina mangiano croissants.
Ribadisco “ogni” mattina. Facevo notare loro che
se lo facessi anch’io nel giro di un mese non
passerei più dalla porta.
Mi hanno risposto: “hai mai visto una francese grassa?”.
Eureka.
Al rogo dunque la “dissociata”, la “scarsdale”,
la “weight watcher”, è il croissant che ci farà
ritrovare la linea perfetta!
Ora dirò una banalità.
Il francese è proprio una lingua elegante.
Ho imparato a dire “trou du cul” che suona piacevolissimo
alle mie orecchie, ma che vuol dire coglione.
Trou du cul... e pensare che è un’offesa.
Passo e chiudo con Treviso is burning by Frangetta:
La Palmira è stata la prima e la prima
donna delle pulizie non si scorda mai.
Aiutava mia madre a tenere pulita la casa,
lavorò da noi così a lungo che alla fine si trasformò
in una persona di famiglia, una specie di bambinaia,
una zia adottiva. La Palmira è stata con noi fino al
giorno in cui, troppo vecchia, decise di andare in
pensione e prendersi cura dei suoi nipoti.
Dopo è stato il turno della Claudina.
Una ragazza dolcissima con un talento innato per il
disegno. Spesso, tra una spolverata e una lavatrice, mi
disegnava i personaggi di Walt Disney. Un giorno
giunse indossando gli occhiali da vista e stentai a
riconoscerla dietro a quei fondi di bottiglia. Scoprii
che era cieca come una talpa, poverina.
Quando ci lasciò per un posto in fabbrica fu un
triste giorno.
Tuttavia, la signora Carla si dimostò
una degna sostituta ed era pure un’ottima cuoca:
le sue patatite saltate in padella me le sogno ancora
oggi di notte.
Di quella che venne dopo ricordo solo che era molto
anziana e temevamo che un giorno o l’altro si
sarebbe rotta un femore inciampando su un tappeto.
Fu rimpiazzata da Attila, la sorella della signora Carla.
Non aveva nulla della grazia e della precisione della
Carla, Attila era un bulldozer. Ovunque passava faceva
danni, immaginate due mani abituate a lavorare la terra
che spolverano cristalli e bicchieri di vetro di murano.
Attila se ne andò il giorno in cui mia madre le comunicò
che aveva bisogno di una donna tutti i giorni.
Non era vero ma mia madre sapeva che Attila non sarebbe
mai rimasta a quelle condizioni.
Funzionò.
Trovammo poi la signora Flora, la mamma di un mio
ex compagno di scuola. La signora Flora era un mito,
alle otto di mattina arrivava con i tacchi alti,
il tubino stretto, il rossetto rosso e, così agghindata,
puliva la casa.
Impossibile dimenticare la dolcissima Anna, innocente
come un bambino, calma e sempre in ritardo. Dei gravi
problemi alla schiena le impedirono di continuare il lavoro
e tornò a lavorare nel bar di campagna nel suo paese natale.
Sono a Roma dal 4 all'8 Maggio.
Avete qualche consiglio su eventi particolari
al di fuori dei circuiti tradizionali,
oppure mi consigliate qualche trattoria tipica
o posti carini per un aperitivo?
Magari ci si trova per l'happy hour e una
chiacchierata.
Sul divano c’era il libro delle tablature
dell’album Siamese Dream degli Smashing Pumpkins.
Da qualche tempo mi frulla per la testa
di imparare a suonare la chitarra.
In realtá ci avevo giá provato con Simona molti anni fa.
Andavamo a lezione da un amico ma non ha funzionato.
Non funzionano mai queste cose tra amici perchè
non le si prendono mai con la necessaria serietá.
Invece di suonare passavamo il tempo a farci fare le mappe astrali.
È lì che mi sono stati predetti i transiti di Urano.
Ma questa è un’altra storia.
Ho imparato a suonare solo un pezzo,
Wish you were here dei Pink Floyd, ed io,
i Pink Floyd, non li ho mai ascoltati in vita mia.
Imbraccio la chitarra elettrica, apro il libro e
mi metto a suonare Disarm. Dopo mezz’ora
sono piuttosto in alto mare, ci impiego una
vita a trovare le posizioni sulla tastiera,
gli accordi sembrano esercizi da contorsionista
per le mie dita atrofizzate, i polpastrelli mi dolgono,
mi innervosisco. Decido di prendermi una pausa,
mi infilo le cuffie ed ascolto il brano, per memorizzarlo.
Alzo il volume al massimo.
All’improvviso mi rivedo sul terrazzino in camera
di mio fratello seduta davanti ad un caldo tramonto estivo.
Disarm suona a tutto volume dal mega impianto
stereo, la ascolto e riascolto numerose
volte incurante del vicinato. Sono a casa da sola, guardo
il sole tramontare immersa nei mie pensieri.
Nessuno ne è immune.
Per lo piú ci si convive pacificamente,
talvolta se ne viene sopraffatti, spesso a causa loro
si viene derisi o, nel peggiore dei casi, evitati.
La mania ti assale la notte prima per l’indomani,
così regoli la sveglia, ti corichi a letto, ma pochi secondi
dopo riaccendi la luce perchè non sei certa di averla
azionata.
E se non funziona? Meglio testarla.
La regoli affinchè scatti 2 minuti dopo.
Trattieni il respiro...
Squilla.
Ottimo. Tuttavia ne imposti pure una seconda giusto
per sicurezza.
Driiiiin.
Sono le 8.00. Sgusci fuori dal letto e
ti prepari per uscire. Non ti consideri sveglia
se non hai bevuto il caffè con mezzo
cucchiaino di zucchero, rigorosamente bollente.
Se la temperatura è solo lievemente al di sotto
dei cento gradi centigradi lo butti.
Il blu è il tuo colore. Ti vesti di blu, vivi in una casa
in cui tutto, dalle pareti al servizio di bicchieri, dalla
carta igienica alle tende, è blu. Ma di tutte le sfumature.
Di tanto in tanto ti tingi di blu (rigorosamente elettrico)
pure un ciuffo di capelli,
Esci, chiudi la porta dietro di te con cinque mandate
ma per essere certa che sia chiusa ci dai pure un paio di
spallate contro.
Scendi per le scale perchè l’ascensore ti crea
claustrofobia e controlli che in tasca ci sia
il nastro di raso che ti rilassa e ti fa sentire
sicura quando lo strusci tra le dita.
Al lavoro se ti scappa un bisognino te lo
tieni fino alla pausa pranzo quando puoi
tornare a casa tua e farlo nel tuo bagno.
Se ti trovi fuori e proprio non ce la fai piú
prima di entrare in un bagno pubblico
ti arrotoli i jeans anche se li porti ad acqua
alta e non ci sarebbe modo di toccare per terra a
meno che tu non decida di distenderti sul
pavimento. Quindi sali sopra il wc e la fai
come fosse una turca perchè non vuoi rischiare di
sfiorare il bordo con le mutande o un lembo di pelle.
Poi le mani le lavi a 200 gradi centigradi per
eliminare i germi e questo lo pratichi
possibilmente decine di volte al giorno.
Quando sei al ristorante ti siedi sempre
lontano dalle pareti perchè devi essere
certa di poter andare al bagno se ti dovessi
sentire male. All’improvviso ti sale un sonno
incontrollabile, come una narcolessia, tutta
la stanchezza del mondo ti schiaccia e te ne torni a
casa spossata.
La frutta e la verdure non le mangi. Non le
tocchi neppure perchè ti ripugnano e sei in
grado di rilevare un micro pisello nascosto in un boccone
di carne, patate e pane. Non usi il sale, mai,
neppure nell’acqua della pasta e se qualcuno
si versa del sale sul piatto lo guardi innorridito.
Potrei andare avanti ore.
Mi fermo.
Questo è uno spaventoso collage di manie,
un melting pot di ansie e nevrosi.
Contiene manie di tante persone diverse, me compresa.
Non vi dico quali mi appartengono.
Vi lascio indovinare.
E se vi va potete contribuire ad aggiungere tasselli
a questa sorta di Frankestein.
Quando l’ho visto la prima volta ho pensato
che fosse un tamarro: troppo curato, iper griffato,
un fanatico degli status symbols con l’aria da smorfiosa.
Oggi è uno dei miei colleghi preferiti.
Non è mica che sia cambiato, sia chiaro, ma,
conoscendolo, ho scoperto che avevamo piú cose
in comune che punti di divergenza. Ció non toglie che
quando indossa la cintura di Dolce & Gabbana con
il teschio tempestato di diamante sintetici
mi strappa sempre un sorriso.
Flaubert è un dandy, amante di tutto ció che è
raffinato e piacevole nella vita.
Vive nella lussuosissima Chelsea, a sentirlo,
a casa si nutre solo di foie gras, ostriche e champagne,
ed esce solo nei locali piú chic della cittá;
poi peró, in ufficio, si nutre solo di noodle soup,
quelli in busta che si ammorbidiscono versandoci
sopra l’acqua calda e si insaporiscono sciogliendoci
dentro il contenuto liofilizzato di una bustina: una
gamma immensa di aromi per 40 pence (60 centesimi) l’uno.
È un francese orgoglioso di essere tale ed
un feroce critico degli inglesi (e degli americani),
ma non stupido da non vedere luci e ombre in entrambi.
Poi c’è Parigi che "non fa la Francia" e mi pare il
minimo per un francese di Toulouse. Non credo
sia un caso il fatto che non abbia legato molto
con l’altro francese di Parigi. Ma devo dire che
il disinteresse è reciproco.
Flaubert è piú colto della media, con due lauree all’attivo
(a quanto pare in Francia l’universitá è completamente gratuita)
e sempre informato su temi d’attualitá e di politica.
La mattina sono in grado di capire se Flaubert è in ufficio
semplicemente dando uno sguardo alla cucina: se è linda e
ordinata vuol dire che è giá arrivato, se invece sembra
un campo di battaglia abbandonato da una ventina di ragazzini
selvaggi e bavosi che hanno giocato a tirarsi dietro cibo e bevande,
allora significa che mi tocca iniziare a pulire.
«Spendere poco per rischiare poco»
su questo principio ho fondato, negli ultimi anni,
i miei acquisti in materia di biciclette.
Quando mi rubarono la bella Atala nera dal
sottoportico della Pescheria mi sentii morire:
la bicicletta era la mia indipendenza, la mia libertá.
All’epoca si utilizzava il lucchetto di serie fissato alla bicicletta,
quello con il blocchetto di metallo che scivolava
tra i raggi della ruota posteriore e ti sputava
fuori la chiave di sicurezza.
Imparai la mia lezione e decisi che la mia futura
bicicletta avrebbe dovuto essere cosí “fuori da ogni tentazione”
che la gente se ne sarebbe ben guardata dal rubarla.
Trovai da un rigattiere una bici da uomo
molto vecchia e arrugginita a tal punto che
mi stupii di come non si fosse ancora sbriciolata,
“la tien su el tetano” commentó il rigattiere
mentre gli allungavo tre mila lire.
La chiamai Michelín (letto così come era scritto
ma con accento sull’ultima sillaba) per praticitá
data la presenza di un enorme adesivo giallo del
gruppo “Michelin” che campeggiava sul telaio.
Al lucchetto di serie della Michelín aggiunsi un bel
catenaccio robusto perchè fidarsi è bene,
non fidarsi è molto meglio.
Era una gran bici, l’unica con cui riuscissi
a pedalare senza mani per distanze considerevoli.
Oggi la Michelín riposa in fondo al garage della
casa dei miei genitori, acciaccata piú che mai ma
serena del fatto che nessun malintenzionato l’ha mai violata.
A Padova invece avevo una bici aziendale con cui facevo
la spola stazione ferroviaria-zona arcella.
L’idillio duró sei mesi, un record considerando che la
lasciavo in stazione tutta la notte: una mattina,
attaccata al lucchetto, trovai soltanto la ruota.
Avevo voluto giocare con il fuoco…
Giunta a Londra feci tesoro dell’esperienza
accomulata ed acquistai una bicicletta a marchio
del distributore (Hallfords???) con due lucchetti
“a prova di ladro” che, in proporzione, mi costarono piú del mezzo.
Non è che fossi diventata eccessivamente paranoica?
Ecco che proprio nel momento in cui abbasso la guardia,
mi lascio andare a pensieri fiduciosi verso il mondo e chi lo popola…
Taaak!
Mi ciullano la sella (ma come si fa a rubare quella sella poi?)
con tanto di supporto per il faro posteriore e parafango
e mi strattonano pure il freno sicchè sono costretta a
ritornare nel negozio che, solo il giorno prima, per una revisione
mi ha spillato 75 sterline e sborsare, di nuovo, altri soldi
perchè il mondo è pieno di stronzi che bazzicano proprio sotto casa mia.
Morale: Fidarsi è male, non fidarsi è l’unica via e
questo tipo lo ha capito prima di me:
Bicicletta con quattro lucchetti
Il passo successivo e inevitabile è l’assicurazione.
Manco avessi una Pegoretti o una Pinarello!
Assicurare una Hallfords fa veramente ridere i polli,
ma, a quanto pare, non si è mai troppo sicuri.