Sul divano c’era il libro delle tablature
dell’album Siamese Dream degli Smashing Pumpkins.
Da qualche tempo mi frulla per la testa
di imparare a suonare la chitarra.
In realtá ci avevo giá provato con Simona molti anni fa.
Andavamo a lezione da un amico ma non ha funzionato.
Non funzionano mai queste cose tra amici perchè
non le si prendono mai con la necessaria serietá.
Invece di suonare passavamo il tempo a farci fare le mappe astrali.
È lì che mi sono stati predetti i transiti di Urano.
Ma questa è un’altra storia.
Ho imparato a suonare solo un pezzo,
Wish you were here dei Pink Floyd, ed io,
i Pink Floyd, non li ho mai ascoltati in vita mia.
Imbraccio la chitarra elettrica, apro il libro e
mi metto a suonare Disarm. Dopo mezz’ora
sono piuttosto in alto mare, ci impiego una
vita a trovare le posizioni sulla tastiera,
gli accordi sembrano esercizi da contorsionista
per le mie dita atrofizzate, i polpastrelli mi dolgono,
mi innervosisco. Decido di prendermi una pausa,
mi infilo le cuffie ed ascolto il brano, per memorizzarlo.
Alzo il volume al massimo.
All’improvviso mi rivedo sul terrazzino in camera
di mio fratello seduta davanti ad un caldo tramonto estivo.
Disarm suona a tutto volume dal mega impianto
stereo, la ascolto e riascolto numerose
volte incurante del vicinato. Sono a casa da sola, guardo
il sole tramontare immersa nei mie pensieri.
F. “Stasera Panevin e mi sbronzo di vin brulè” MV: “Baaah... vorrei esserci anch’io, adoro i panevin!
Quello di Arcade è il mio preferito” F. “Faccio una foto e te la invio” MV: “Grazie. E per simpatia mi sbronzo anch’io alla festa”
Compro una bottiglia di bianco.
Non ho nessuna voglia di bere birra.
Alla festa c’è una ragazza dagli occhi tristi,
mi racconta che è stata lasciata
l’ultimo dell’anno per telefono.
Gli manca, lo pensa sempre,
lo vede in ogni dove, appoggiato alla
parete, seduto sul divano, sente la sua
voce, sussulta ogni volta che il cellulare squilla.
Lui voleva o tutto o niente.
Lui voleva ardere come fuoco, come un panevin.
La abbraccio forte e le accarezzo il viso.
Suona il campanello ed entra Scott il gallese
con in mano una pinta di Guinness appena spinata
e due sorridenti chiappe bianche che spuntano dai jeans.
Deduco che arriva direttamente dal pub di sotto
e che non indossa i boxer.
Scott non parla, urla come i veneziani
quando si chiamano da un canale all’altro. MV: “... fammi capire, anche voi gallesi detestate gli inglesi?” S: “Beh, no. Non odiamo gli inglesi, semplicemente non li rispettiamo”
Rido. S: “Gli scozzesi e gli irlandesi non si spiegano
ancora come ci siamo riusciti. Non molto tempo fa
c’erano più persone che parlavano gallese in Patagonia
che in Galles, ora il gallese è lingua ufficiale.
L’identità è tutto.” MV: “Ma ci sarà pur qualcosa di buono negli inglesi!” S: “Ehm... sì... sì, per esempio... mmh... il cibo no di sicuro!” MV: “Eppure ci deve essere qualcosa di buono...” S: “Beh... sì... è che ora non mi viene in mente...”
In quello le luci si spengono e
si fa largo la torta con le tette
con tutte le candeline accese.
Affondo i denti in una fetta di tetta
e penso che è davvero buona.
Scott si volta di scatto,
punta l’indice verso di me e,
come folgorato, esclama:
“quest’anno lo vincete voi il torneo delle Sei Nazioni” MV: “Magari!” S: “No, guarda la Francia, appena entrata
era la cenerentola del torneo ed ora è una squadra fortissima” MV: “Sarebbe bellissimo,
la mia città ha una lunga tradizione nel rugby.
Anche mio nonno era rugbista.” S: “Vedrai che se iniziano a vincere alcune partite
poi non li ferma più nessuno.
Un mio amico li ha visti giocare,
dice che sono ottimi giocatori, pieni di passione”
Sulla strada del ritorno sono appisolata sull’autobus
quando mi viene in mente qualcosa che riscatta gli inglesi.
Lo scopo del party è di riempire di zombi tutta la casa.
E' invitata tutta la classe, partecipe dello spirito ossianico già durante la gita,
e i morosi dei compagni, se desiderati da loro stessi.
Eventuali amici sono da contrattare.
No, non quello di Orwell.
Quello della carestia in Etiopia.
Da una parte c’è un paese piegato dalla fame, l’Etiopia,
dall’altra, una nazione che s’ingrassa, l’Inghilterra,
in mezzo Bob Geldof e Midge Ure.
I due, quell’anno, fondano Band Aid,
un collettivo di artisti britannici ed irlandesi,
con lo scopo di raccogliere fondi destinati
ad alleviare la terribile carestia nel paese africano
attraverso la vendita dell’album Do they know it’s Christmas?
Band Aid lascia fuori gli americani ed
è strano perchè gli americani sono
notoriamente piú grassi degli inglesi.
Esclusi sí, ma non fessi, gli yankees rispondono
fondando, a loro volta, un gruppo di beneficenza
chiamato USA for Africa e producendo, per la stessa causa,
l’hit We are the world.
Entrambi gli album stravendettero.
Band Aid raggiunse 3 milioni di copie vendute.
Il singolo We are the world vendette
7.5 milioni di copie solo negli USA e l’album 3 milioni.
Tra i due voto l’originale made in the UK and Ireland. Mi sapete dire chi è il cantante magro, castano che canta dopo il trio Sting/Bono/Le Bon, con camicia bianca e giacca nera?
Bono e quel taglio di capelli... mi ricordano qualcosa... sigh.
Driiin, Driiin.
Suona il campanello dell’ufficio.
“Chiudo il computer e arrivo!” rispondo al citofono in Italiano.
“Are you talking to the tramps in Italian?” sento chiedermi alle spalle.
“They are not tramps. They are my girlfriends” puntualizzo al mio capo.
Tutte e tre le ragazze sono arrivate e si sono giá presentate.
Claire è l’unica “straniera” in un week end di italiane a Londra.
Un pó come quando a Treviso ti immergi in una serata organizzata da Fabrica
e ti senti in vacanza all’estero.
Jamon, Jamon
Ci fermiamo per un paio di birre in un pub di Shoredich con i colleghi di lavoro.
Ceniamo a Camden da Jamon Jamon ristorante spagnolo di tapas dove ci accolgono due ragazzi spagnoli dallo sguardo furbetto, uno dei quali parla italiano e scambia due chiacchiere con Nico.
Cinque minuti dopo entra la sua fidanzata, una bella gnocca con dei dread cosí curati da sembrare finti.
Arrivano al tavolo le tapas ordinate e tutte sono servite con contorno di patate: stufate, bollite, fritte, arroste.
L’unica tapa che non arriva con le patate di default è quella della Nico: un cocktail di 17 gamberi, 1 avocado, 13 foglie di lattuga e q.b. di salsa rosa.
La borsa.
Decidiamo di andare sabato mattina a Portobello Market per un bagno di folla e una lenta processione di bancarella in bancarella.
Acquistiamo due borse che scontate vengono 14 sterline a testa.
La nostra soddisfazione dura finchè non troviamo una bancherella poco piú avanti che le vende a 10.
Il berretto.
“Questo berretto mi stringe la testa. Mi ferma la circolazione del sangue”
Guardo il berretto, è una cacciola con disegni peruviani.
Sono sicura di avergliela giá vista adosso, tuttavia ha qualcosa di insolito.
“È che mia mamma non sa lavare la lana”.
Ora ricordo: quella cacciola una volta era un basco.
Alla tavola calda.
Lo shopping fa fame. Prendiamo posto nella mia tavola calda di fiducia.
Di fronte a me si siede un gruppo di quattro ragazzi.
Incrocio lo sguardo di uno di loro per un paio di volte e penso che è davvero molto carino per cui decido di condividere con le amiche questo mio pensiero.
“Mi sono innamorata”
“Di chi?”
“Ore 16. Ma girati con discrezione!”
Alu si gira di scatto, allunga il collo, strizza gli occhi e fissa il tipo.
Con discrezione.
“È che io mi fisso sui particolari” si giustifica “memorizzo i dettagli, l’occhio sinistro, l’incisivo destro… Non ricordo i visi nel loro insieme.”
Come con il mio vicino di casa.
Lo saluto solo se lo incontro nel condominio.
Ad una festa un mio amico, riferendosi ad un altro presente,
mi fa: “beh ma voi due vi conoscete, no?”
“Mmhh no, non lo conosco. Comunque piacere Alu!” tendendogli cordiale la mano.
“… Veramente abito di fronte a te”
Una volta ero in macchina con Roby.
Una Punto mi si affianca.
“Roby, guarda Pier!” esclamo.
Gli faccio ditazzo dal finestrino.
Lui abbassa finestrino: “credo che tu ti sia sbagliata”
Sbianco: “Mi sa proprio di sí”
Da Caffè Nero.
C’è una coppia di turchi seduta al tavolo accanto al nostro.
Lui ha un bel baffo brizzolato.
Lei è una giovane donna con i capelli ondulati.
Parlano fitto.
La tasca del suo completo squilla.
Lui l’ignora. La tasca smette di squillare.
Parlano fitto.
La tasca trilla di nuovo.
Lui, sempre parlando, da un’occhiata al display del cellulare
e lo rinfila in tasca.
Il trillo si interrompe.
Continuano a parlare fitto.
La tasca suona per la terza volta.
Nico: “È la moglie”
Mutande antistupro.
“Qui nessuno indossa la canottiera. Le donne vanno in giro con la pancia scoperta anche in inverno”
“Anche le mie amiche se è per questo, hanno sempre caldo.”
“Io la canottiera me la metto pure dentro le mutande, hai presente quando ti escono le alette dai lati?”
“Sí, è una tecnica antistupro”
Il Baffo.
È allegria.
È simpatia.
È musica anni 80.
È una lunga e folta chioma tutta boccoli.
È una tuta di lycra nera scollata a V sulla schiena.
È un paio di moccassini di pelle bianca.
È una catena d’oro al collo.
È un DJ.
È un mito.
Pancake
Alla domenica decidiamo di fare colazione fuori.
Ordiniamo pancake con banana e mirtilli.
Alla cassa c’è un bel ragazzo mulatto,
capello a fungo anni 70,
gran bel viso,
camminata effeminata.
Che sfiga.