Quando l’ho visto la prima volta ho pensato
che fosse un tamarro: troppo curato, iper griffato,
un fanatico degli status symbols con l’aria da smorfiosa.
Oggi è uno dei miei colleghi preferiti.
Non è mica che sia cambiato, sia chiaro, ma,
conoscendolo, ho scoperto che avevamo piú cose
in comune che punti di divergenza. Ció non toglie che
quando indossa la cintura di Dolce & Gabbana con
il teschio tempestato di diamante sintetici
mi strappa sempre un sorriso.
Flaubert è un dandy, amante di tutto ció che è
raffinato e piacevole nella vita.
Vive nella lussuosissima Chelsea, a sentirlo,
a casa si nutre solo di foie gras, ostriche e champagne,
ed esce solo nei locali piú chic della cittá;
poi peró, in ufficio, si nutre solo di noodle soup,
quelli in busta che si ammorbidiscono versandoci
sopra l’acqua calda e si insaporiscono sciogliendoci
dentro il contenuto liofilizzato di una bustina: una
gamma immensa di aromi per 40 pence (60 centesimi) l’uno.
È un francese orgoglioso di essere tale ed
un feroce critico degli inglesi (e degli americani),
ma non stupido da non vedere luci e ombre in entrambi.
Poi c’è Parigi che "non fa la Francia" e mi pare il
minimo per un francese di Toulouse. Non credo
sia un caso il fatto che non abbia legato molto
con l’altro francese di Parigi. Ma devo dire che
il disinteresse è reciproco.
Flaubert è piú colto della media, con due lauree all’attivo
(a quanto pare in Francia l’universitá è completamente gratuita)
e sempre informato su temi d’attualitá e di politica.
La mattina sono in grado di capire se Flaubert è in ufficio
semplicemente dando uno sguardo alla cucina: se è linda e
ordinata vuol dire che è giá arrivato, se invece sembra
un campo di battaglia abbandonato da una ventina di ragazzini
selvaggi e bavosi che hanno giocato a tirarsi dietro cibo e bevande,
allora significa che mi tocca iniziare a pulire.
Ora potete vedere la stessa scena su youtube, clicca qui
per vedere.
Adéle
Gabor
Gabor: Lei sembra una ragazza che sta per fare un errore.
Adéle: No, no, grazie sto bene... Ma sì! Sembra disperata!
Figuriamoci...
Ma, insomma, a che cosa sta giocando? Testa o croce? Su chi vuole far colpo?
Su nessuno! Non ho mai fatto colpo su nessuno! Che vuole? che cominci proprio oggi?!
Quanti anni ha per essere così triste? Ha una malattia grave? Le manca un rene? Il fegato? Una gamba?
No. Mi manca solo un pò di coraggio. Ho paura che sia troppo gelata.
Certo che è gelata! Che crede, che la scaldano?!
Basta non pensarci.
Ha ragione! Pensi a qualcosa di divertente, vedrà che le darà una spintarella!
Mica facile! Le cose divertenti non sono la mia specialità. Anzi è per questo che sono qui!
Sa che cosa vedo? Vedo che ci sarà uno spreco e questo non lo sopporto!
Quale spreco?
Lei! Non si butta una lampadina quando funziona ancora.
Beh, la mia lampadina è un bel pò che è fulminata.
Così mi deprime!
Allora se ne vada! Non le ho chiesto niente! Ho toccato il fondo, non capisce?
Ma quale fondo! Se deve ancora buttarsi! Sta attraversando un brutto momento. Tutto qui.
È da quando sono nata che attraverso un brutto momento, ho il marchio “catastrofe” e non se ne va!
E cosa crede che se ne andrà con l’acqua! E poi sono certo che è il suo primo tentativo.
Beh, mica passo la vita sui ponti!
Io sì.
Perchè? Anche lei si vuole buttare?
No, no! No, Io recluto.
Recluta chi?
Le mie partner. Donne che non hanno più niente da perdere. Io ci vivo. Di solito le trovo qui, a volte in cima le torri, soprattutto in primavera. L’inverno preferiscono i ponti.
Come me?
No, no. Non come lei. Quelle di cui parlo sono a pezzi, hanno sfondato il muro del suono.
E lei cosa fa?
Beh, a volte le manco.
Dipende.
Questione di equilibrio.
Dopo la quarantina il lancio del coltello diventa aleatorio.
È per questo che le cerco sui ponti, mi piace rendermi utile.
Tratto da: La ragazza sul ponte Titolo originale: La fille sur le pont Diretto da: Patrice Leconte Anno: 1999
F. “Stasera Panevin e mi sbronzo di vin brulè” MV: “Baaah... vorrei esserci anch’io, adoro i panevin!
Quello di Arcade è il mio preferito” F. “Faccio una foto e te la invio” MV: “Grazie. E per simpatia mi sbronzo anch’io alla festa”
Compro una bottiglia di bianco.
Non ho nessuna voglia di bere birra.
Alla festa c’è una ragazza dagli occhi tristi,
mi racconta che è stata lasciata
l’ultimo dell’anno per telefono.
Gli manca, lo pensa sempre,
lo vede in ogni dove, appoggiato alla
parete, seduto sul divano, sente la sua
voce, sussulta ogni volta che il cellulare squilla.
Lui voleva o tutto o niente.
Lui voleva ardere come fuoco, come un panevin.
La abbraccio forte e le accarezzo il viso.
Suona il campanello ed entra Scott il gallese
con in mano una pinta di Guinness appena spinata
e due sorridenti chiappe bianche che spuntano dai jeans.
Deduco che arriva direttamente dal pub di sotto
e che non indossa i boxer.
Scott non parla, urla come i veneziani
quando si chiamano da un canale all’altro. MV: “... fammi capire, anche voi gallesi detestate gli inglesi?” S: “Beh, no. Non odiamo gli inglesi, semplicemente non li rispettiamo”
Rido. S: “Gli scozzesi e gli irlandesi non si spiegano
ancora come ci siamo riusciti. Non molto tempo fa
c’erano più persone che parlavano gallese in Patagonia
che in Galles, ora il gallese è lingua ufficiale.
L’identità è tutto.” MV: “Ma ci sarà pur qualcosa di buono negli inglesi!” S: “Ehm... sì... sì, per esempio... mmh... il cibo no di sicuro!” MV: “Eppure ci deve essere qualcosa di buono...” S: “Beh... sì... è che ora non mi viene in mente...”
In quello le luci si spengono e
si fa largo la torta con le tette
con tutte le candeline accese.
Affondo i denti in una fetta di tetta
e penso che è davvero buona.
Scott si volta di scatto,
punta l’indice verso di me e,
come folgorato, esclama:
“quest’anno lo vincete voi il torneo delle Sei Nazioni” MV: “Magari!” S: “No, guarda la Francia, appena entrata
era la cenerentola del torneo ed ora è una squadra fortissima” MV: “Sarebbe bellissimo,
la mia città ha una lunga tradizione nel rugby.
Anche mio nonno era rugbista.” S: “Vedrai che se iniziano a vincere alcune partite
poi non li ferma più nessuno.
Un mio amico li ha visti giocare,
dice che sono ottimi giocatori, pieni di passione”
Sulla strada del ritorno sono appisolata sull’autobus
quando mi viene in mente qualcosa che riscatta gli inglesi.
Alle superiori avevo una compagna di banco
che riconduceva tutto ad una dimensione agonistica.
Per lei la vita era una sfida a braccio di ferro
con un’unica regola inviolabile: doveva vincere lei.
Un giorno questa sua sete di primeggiare ad ogni costo
la portó ad affermare di avere due uteri.
Un utero non le bastava.
Forrest è della stessa razza.
Mi ricorda in tutto e per tutto
la mia vecchia compagna di banco,
brufoli a parte.
Nel fantastico mondo di Forrest
il sole non tramonta mai: è sempre allo zenit.
Previsioni: cielo sereno, nessuna nuvola in vista.
Un’interminabile dolce discesa.
La sollecitudine e la puntualitá con cui ti informa
su ogni impegno, appuntamento, incontro, cena, conseguimento,
farebbero impallidire gli esperti del recupero crediti bancari.
E io ho avuto l’orrore - pardon l’onore - di vederli all’opera
con la mia ex padrona di casa.
Non hai scelta:
interessato o meno che tu sia, devi sapere.
Far finta di non aver sentito, spostare il discorso su un
altro argomento, negarsi, sono trucchetti inutili:
lui un modo per fartelo sapere lo trova sempre.
Ma non vale il contrario.
Se tu hai qualcosa da raccontare sará liquidato
con un’alzata di spalle e ringrazierai pure
che non ti abbia stroncato con una battuta al polonio 210.
Forrest deve battere tutti sul tempo
come i cronisti d’assalto, quelli che la notizia te la
portano prima degli altri.
Inarrestabile dispensa recensioni, critiche, giudizi,
punti di vista su tutto ció che vede, ascolta, prova, visita.
Il suo giudizio è il Giudizio. No exceptions.
Il solleone risplende sul fantastico mondo di Forrest:
un paradiso in cui il denaro non manca mai,
il fisco non esiste, il lavoro te lo tengono da parte e
dove gli uomini hanno, sicuramente, pure l’utero.
Driiin, Driiin.
Suona il campanello dell’ufficio.
“Chiudo il computer e arrivo!” rispondo al citofono in Italiano.
“Are you talking to the tramps in Italian?” sento chiedermi alle spalle.
“They are not tramps. They are my girlfriends” puntualizzo al mio capo.
Tutte e tre le ragazze sono arrivate e si sono giá presentate.
Claire è l’unica “straniera” in un week end di italiane a Londra.
Un pó come quando a Treviso ti immergi in una serata organizzata da Fabrica
e ti senti in vacanza all’estero.
Jamon, Jamon
Ci fermiamo per un paio di birre in un pub di Shoredich con i colleghi di lavoro.
Ceniamo a Camden da Jamon Jamon ristorante spagnolo di tapas dove ci accolgono due ragazzi spagnoli dallo sguardo furbetto, uno dei quali parla italiano e scambia due chiacchiere con Nico.
Cinque minuti dopo entra la sua fidanzata, una bella gnocca con dei dread cosí curati da sembrare finti.
Arrivano al tavolo le tapas ordinate e tutte sono servite con contorno di patate: stufate, bollite, fritte, arroste.
L’unica tapa che non arriva con le patate di default è quella della Nico: un cocktail di 17 gamberi, 1 avocado, 13 foglie di lattuga e q.b. di salsa rosa.
La borsa.
Decidiamo di andare sabato mattina a Portobello Market per un bagno di folla e una lenta processione di bancarella in bancarella.
Acquistiamo due borse che scontate vengono 14 sterline a testa.
La nostra soddisfazione dura finchè non troviamo una bancherella poco piú avanti che le vende a 10.
Il berretto.
“Questo berretto mi stringe la testa. Mi ferma la circolazione del sangue”
Guardo il berretto, è una cacciola con disegni peruviani.
Sono sicura di avergliela giá vista adosso, tuttavia ha qualcosa di insolito.
“È che mia mamma non sa lavare la lana”.
Ora ricordo: quella cacciola una volta era un basco.
Alla tavola calda.
Lo shopping fa fame. Prendiamo posto nella mia tavola calda di fiducia.
Di fronte a me si siede un gruppo di quattro ragazzi.
Incrocio lo sguardo di uno di loro per un paio di volte e penso che è davvero molto carino per cui decido di condividere con le amiche questo mio pensiero.
“Mi sono innamorata”
“Di chi?”
“Ore 16. Ma girati con discrezione!”
Alu si gira di scatto, allunga il collo, strizza gli occhi e fissa il tipo.
Con discrezione.
“È che io mi fisso sui particolari” si giustifica “memorizzo i dettagli, l’occhio sinistro, l’incisivo destro… Non ricordo i visi nel loro insieme.”
Come con il mio vicino di casa.
Lo saluto solo se lo incontro nel condominio.
Ad una festa un mio amico, riferendosi ad un altro presente,
mi fa: “beh ma voi due vi conoscete, no?”
“Mmhh no, non lo conosco. Comunque piacere Alu!” tendendogli cordiale la mano.
“… Veramente abito di fronte a te”
Una volta ero in macchina con Roby.
Una Punto mi si affianca.
“Roby, guarda Pier!” esclamo.
Gli faccio ditazzo dal finestrino.
Lui abbassa finestrino: “credo che tu ti sia sbagliata”
Sbianco: “Mi sa proprio di sí”
Da Caffè Nero.
C’è una coppia di turchi seduta al tavolo accanto al nostro.
Lui ha un bel baffo brizzolato.
Lei è una giovane donna con i capelli ondulati.
Parlano fitto.
La tasca del suo completo squilla.
Lui l’ignora. La tasca smette di squillare.
Parlano fitto.
La tasca trilla di nuovo.
Lui, sempre parlando, da un’occhiata al display del cellulare
e lo rinfila in tasca.
Il trillo si interrompe.
Continuano a parlare fitto.
La tasca suona per la terza volta.
Nico: “È la moglie”
Mutande antistupro.
“Qui nessuno indossa la canottiera. Le donne vanno in giro con la pancia scoperta anche in inverno”
“Anche le mie amiche se è per questo, hanno sempre caldo.”
“Io la canottiera me la metto pure dentro le mutande, hai presente quando ti escono le alette dai lati?”
“Sí, è una tecnica antistupro”
Il Baffo.
È allegria.
È simpatia.
È musica anni 80.
È una lunga e folta chioma tutta boccoli.
È una tuta di lycra nera scollata a V sulla schiena.
È un paio di moccassini di pelle bianca.
È una catena d’oro al collo.
È un DJ.
È un mito.
Pancake
Alla domenica decidiamo di fare colazione fuori.
Ordiniamo pancake con banana e mirtilli.
Alla cassa c’è un bel ragazzo mulatto,
capello a fungo anni 70,
gran bel viso,
camminata effeminata.
Che sfiga.
Sabato scorso, la storia di copertina del Weekend magazine del The Guardian trattava il tema della vecchiaia: per la prima volta nella storia della Gran Bretagna la popolazione anziana sta per superare quella giovane. Le interviste fatte a vecchi*, illustri e non, riecheggiavano l’accettazione alla marginalitá dalla societá, l’invisibilitá agli occhi di tutti (soprattutto dei piú giovani), la consapevolezza del doversi ritirare, possibilmente “scomparire” dalla vita.
Provenendo dall’Italia, un paese dall’infertilitá cronica, la Gran Bretagna mi sembra un enorme asilo nido, tuttavia mi rendo conto che essere anziani in una societá ciecamente orientata ai giovani debba essere alienante.
Io sono stata cresciuta accanto ai miei nonni, in particolare accanto a mia nonna materna.
Non so cosa sarei oggi io, senza di lei: mi ha allevato, ascoltato, consigliato, divertito dimostrando una apertura mentale e una lungimiranza che neppure i miei genitori hanno mai avuto.
Devo molto a mia nonna e devo molto alle sue amiche, tutte donne molto speciali che ho considerato mie zie adottive.
Quando mi capita di leggere articoli simili, mi trovo in grande difficoltá nel capire come si possa sprecare tanta grazia, saggezza, esperienza cosí a portata di mano.
Forse sono stata particolarmente fortunata, ma, nella mia vita, ho conosciuto molti vecchi, e, in ognuno di loro, ho trovato qualche prezioso insegnamento, un forte desiderio di comunicare e condividere. L’unico vero problema è che bisogna accettare il fatto che verranno a mancare e convivere il piú serenamente possibile con questa consapevolezza.
A parte questo, io sorrido alla puerilitá di una societá che rifiuta l’idea di invecchiare, che rimuove l’idea di ció che inevitabilmente sará, invece di creare un ponte tra presente e futuro, di sfruttare una preziosa occasione per prepararsi un materasso piú morbido su cui atterrare.
(*) considero “vecchio” un termine di profonda bellezza rispetto ad “anziano” che non è nulla piú di una forma di buona educazione
(**) un post degno di Renato Zero
È giunta l’ora di parlare di un artista su cui abbiamo dibattuto a lungo
nelle recenti serate di P2P(*): Mauro Repetto, “il biondino scemo che balla” degli 883,
come lui stesso ricorda sul suo spazio Myspace.
Lascio innazitutto spazio alle liriche di “Voglia di cosce e di sigarette”, tratto dall’album solista Zucchero Filato Nero.
Alle tre!!!! Rosse tendine menù prezzo fisso vestite bianche con gli occhi a nocciola
entro, mi siedo mi guardano in tre
due con l'anello, una c'ha il bandana denti più bianchi delle mie mutande
voglia di cosce e di sigarette
più che mangiare respiro la gente
'ste cameriere cerbiatte puttane
del loro volto inquadro le labbra
e dagli specchi il corpo dall'alto
due banditi dalle occhiaie più grandi
di tutta 'sta città
con una fame di facce e di incontri
che non sta in Central Park
Alle sei!!!!
Vedo tre x e le scale in discesa
giù coreane che ballano in pista
non è il mio target ri-esco su in strada
buio e coriandoli di calze e tacchi
donne e stivali che battono il tempo
Michi il mio amico senza vino s'angoscia
come giocattoli ci piacciono tutte
ciao mamma nonna italia scusate le nostre mani vuote di corpi
le nostre menti piene di voglie due banditi dai faccioni rossi
tipo Marlboro sai
con una fame di ballerine e night
mamma non lo saprai mai
Alla notte!!!!
Su e giù in Italia son le cinque e mezzo io e Michi adesivi qui al banco tappezzerie per 'sto locale
al primo sorriso le pago da bere
chissà perchè proprio noi siamo soli
siamo stranieri e anche ingranati
ma anche a monopoli all'oratorio
oppure a bottiglia non eravam fighi
figurati poi a New York in 'sto bar
se esce il 2 in schedina ma va
due banditi senza baci nè soldi
pellegrini in questa città
con una fame di Baggio è forte
sì però dai anche lui noi soli qua
Vai Michi!
Repetto, oltre a dimostrarsi un osservatore lucido e scrupoloso della societá, mostra un’indiscussa padronanza della metrica e della lingua in tutte le sue sfumature. L’interpretazione del brano offre punte di altissima drammaticitá espressiva scandite dalle note di una raffinata chitarra acustica che spero un giorno possiate apprezzare.
Il nostro vuole essere un omaggio ad un artista incompreso da pubblico e critica.
Sono come delle ombre sullo sfondo,
dei camaleonti che si mimetizzano nell'ambiente,
non li vedi ma ci sono.
Sono pazienti,
annusano l'aria circostante e,
appena il vento cambia,
riaffiorano.
Non importa quanto tempo sia passato,
senza rimorsi, nè vergogna,
puntualmente bussano alla porta
e attendono che si apra.
Dormo di schiena come una mummia egizia.
Non è per la paura di rimanere strozzata dalla zanzariera;
nè perchè nell'età dello sviluppo temessi che dormendo a pancia in giù non mi crescessero più le tette;
Niente di tutto questo.
È semplicemente il risultato di un trauma infantile. La realtá, come sempre, supera la finzione.
È l’insonnia di mia mamma, la causa.
Mio papa russava per cui per un periodo ho dormito con mia mamma.
Un esperimento, lo chiamava: “vediamo se riesco a dormire”.
Non potete immaginare cosa voglia dire “dormire” con la consapevolezza che, se muovi anche solo un arto, qualcuno ti ringhierá contro.
Se mi chiedete di coricarmi con un bicchiere pieno d’acqua in mano, la mattina dopo lo trovate cosí come lo avete lasciato.