L'EQUILIBRISTA

A presto, a domani, nella sublimitá e nella certezza che tu esisti, che io esista, che la vita esiste.

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lunedì, 26 gennaio 2009

SLOW DOWN MATE.
 
Le vedi appoggiate lungo le strade di Londra o in prossimità
degli incroci, dipinte di vernice bianca.
Nessuno osa vandalizzarle o rubarle neppure laddove il crimine
organizzato del mercato nero delle biciclette è più radicato.
Mi hanno perfino rubato una sella di plastica del valore
di forse dieci sterline. Mi sono chiesta a quanto possano
rivenderla e per comprarsi cosa poi? Un lecca-lecca?
Ma le biciclette bianche no, quelle nessuno le tocca.
Forse c’è ancora speranza per il genere umano.
O forse è solo timore di inimicarsi la sorte.
Alcune portano un messaggio, un cartello, altre fiori in ricordo
dei cliclisti che hanno perso la vita sulla strada.
Le biciclette bianche vogliono essere di monito a quegli automobilisti
che ancora si sentono padroni della carreggiata,
che tagliano le curve senza controllare gli specchietti,
che passano a filo dei ciclisti incuranti delle distanze di sicurezza
o degli spostamenti d’aria.
Sono fantasmi che lievitano a filo d’asfalto e che, piangendo lacrime di sangue,
sferrano un colpo sulla bocca dello stomaco a chiunque posi gli occhi su di loro.
 
Per saperne di più sul movimento delle ghost bikes nato a San Francisco clicca qui.
GhostBike_preview
postato da: mvittoria alle ore 23:18 | link | commenti (3)
categorie: sport, storie, londra, attualità, curiositá

SE TELEFONANDO

Infilo la chiave nella serratura, a casa non c’è nessuno.
Apro il frigo che è semi vuoto, c’è un pezzo di parmigiano
ancora sigillato e, nella credenza, l’olio pugliese basta
per condire un solo piatto di pasta.
Cuocio la pasta un pò troppo, ma la fame è così
tanta che non farà caso ai dettagli.
Prendo la carta e compongo il numero di casa.
Suona a lungo e suona a vuoto finchè
la signorina mi tronca la connessione.
Me lo dice cortesemente che l’utente non risponde,
come se non lo sapessi pure io.
Sarebbe meno irritante se mi mandasse a quel paese,
almeno avrei un motivo per sbatterle giù il telefono.

se_telefonando

postato da: mvittoria alle ore 22:28 | link | commenti
categorie: storie
venerdì, 08 giugno 2007

LA DONNA DELLE PULIZIE

La Palmira è stata la prima e la prima
donna delle pulizie non si scorda mai.
Aiutava mia madre a tenere pulita la casa,
lavorò da noi così a lungo che alla fine si trasformò
in una persona di famiglia, una specie di bambinaia,
una zia adottiva. La Palmira è stata con noi fino al
giorno in cui, troppo vecchia, decise di andare in
pensione e prendersi cura dei suoi nipoti.

Dopo è stato il turno della Claudina.
Una ragazza dolcissima con un talento innato per il
disegno. Spesso, tra una spolverata e una lavatrice, mi
disegnava i personaggi di Walt Disney. Un giorno
giunse indossando gli occhiali da vista e stentai a
riconoscerla dietro a quei fondi di bottiglia. Scoprii
che era cieca come una talpa, poverina.
Quando ci lasciò per un posto in fabbrica fu un
triste giorno.

Tuttavia, la signora Carla si dimostò
una degna sostituta ed era pure un’ottima cuoca:
le sue patatite saltate in padella me le sogno ancora
oggi di notte.

Di quella che venne dopo ricordo solo che era molto
anziana e temevamo che un giorno o l’altro si
sarebbe rotta un femore inciampando su un tappeto.

Fu rimpiazzata da Attila, la sorella della signora Carla.
Non aveva nulla della grazia e della precisione della
Carla, Attila era un bulldozer. Ovunque passava faceva
danni, immaginate due mani abituate a lavorare la terra
che spolverano cristalli e bicchieri di vetro di murano.
Attila se ne andò il giorno in cui mia madre le comunicò
che aveva bisogno di una donna tutti i giorni.
Non era vero ma mia madre sapeva che Attila non sarebbe
mai rimasta a quelle condizioni.
Funzionò.

Trovammo poi la signora Flora, la mamma di un mio
ex compagno di scuola. La signora Flora era un mito,
alle otto di mattina arrivava con i tacchi alti,
il tubino stretto, il rossetto rosso e, così agghindata,
puliva la casa.

Impossibile dimenticare la dolcissima Anna, innocente
come un bambino, calma e sempre in ritardo. Dei gravi
problemi alla schiena le impedirono di continuare il lavoro
e tornò a lavorare nel bar di campagna nel suo paese natale.
postato da: mvittoria alle ore 07:56 | link | commenti (6)
categorie: storie, io
mercoledì, 30 maggio 2007

IL PRIMO APPUNTAMENTO

Aveva considerato tutte le possibilità,
dal secondo lavoro, al gioco d’azzardo,
dal matrimonio di convenienza, alla rapina a mano armata
ma, dopo lungo pensare, era giunto alla conclusione
che trasferirsi a Dubai fosse la soluzione migliore.

Dubai era il luogo in cui i sogni diventavano
realtà e dove gli incubi peggiori svanivano.
Dubai era il paradiso in cui avrebbe potuto
guadagnare 30 mila sterline l’anno d-e-t-a-s-s-a-t-e,
la terra promessa che gli avrebbe permesso di ripagare
in due anni le 15 mila sterline di debiti
che aveva accumulato all’Università.
L’istruzione era la gallina dalle uova d'oro degli istituti di credito,
sapevano che, concendoti un finanziamento in giovane età,
ti avrebbero stretto il cappio al collo per il resto della vita.
L’istruzione non era un diritto universale, era un gran bel business.

Comunque era stufo della pioggia, un pò di caldo gli avrebbe fatto bene.
Lì a Dubai era certo che non gli avrebbero puntato addosso un coltello per
rubargli l’iPod o il cellulare. Aveva bisogno di cambiare aria e quel posto
aveva il vantaggio di essere privo di attrattive cosa che gli
avrebbe concesso di concentrarsi sulla stesura del suo libro.
Scrivere era la sua passione segreta.

Il lavoro era ben pagato e aveva pure ottenuto
un considerevole salto di livello. Non poteva lamentarsi.
Poi c’era quella ragazza che non gli staccava gli occhi di dosso...
Mark era un bel ragazzo, le donne gli cadevano ai piedi e lui lo sapeva,
ma era anche incredibilmente abile nel mettersi nelle situazioni più sbagliate.
Le rogne, come le donne, avevano per lui una diabolica attrazione.
Le rogne dovevano essere, dunque, femmine.
Consapevole di ciò, si era ripromesso di evitare le avances della ragazza.
Infondo non era lì per farsi una storia ma per scrivere la storia
che lo avrebbe reso famoso.
Tuttavia, più la  eludeva più Liz (questo era il nome della ragazza) si faceva esplicita finchè cedette ed accettò l’invito a cena a casa sua.
Qualche pinta di troppo e Liz gli aprì il suo cuore
confessandogli di avere un fidanzato:
quello che in ufficio sedeva accanto alla finestra.

Il triangolo in ufficio no, quello non gli era ancora capitato.
Trascorsero un mese in clandestinità scambiandosi email infuocate,
messaggi con promesse d’amore e piani futuri,
qualche bacio furtivo ma, in sostanza,
tutto era rimasto puramente platonico.
Una sera Mark era sul punto di addentare un panino
quando ricevette un messaggio:
«Stasera lo lascio. Gli dico che non lo amo più.»
«Ci siamo», pensó.
Era pure un pò a disagio perchè non era certo di volere,
fino in fondo, ciò che stava accadendo.
All’una di notte il cellulare squilló.
Era Liz.
Alzó il ricevitore, la sentí singhiozzare, era fuori di sè.
Stentava a capire quello che diceva perchè le parole
le si strozzavano in gola.
«...cidere. ...le ...ccidere.»
«Calmati, non capisco nulla. Prendi fiato. »
«Lui. Lu.. vu.. vu.. u.. ucc.. »
Ci volle una manciata di minuti perchè riuscisse
a mettere in fila la frase per intero:
«Lui dice che se lo lascia si uccide»
E a quanto pare faceva sul serio tanto che Liz
chiamó il padre del fidanzato che lo mise sul primo
aereo per Manchester e lo consegnó allo psichiatra
che lo aveva in cura anni prima.
Diagnosi: psicosi maniaco-depressiva.

Il suo istinto ci aveva visto chiaro, quella portava rogne,
avrebbe dovuto rimanere fedele al programma originario:
scrivere. Ma era un dongiovanni e, visto che l’ex si era
eliminato da solo, non vedeva perchè non godersi
finalmente quel bocconcino.
Cosí si promisero che, al ritorno dalle ferie, sarebbero usciti
per il primo appuntamento, che avrebbero iniziato da capo
lasciandosi alle spalle tutta quella brutta storia.

Una settimana nella propria città natale, non vedeva
l’ora di rivedere la famiglia, i vecchi amici, di ubriacarsi al pub
e guardare le partite di calcio su Sky.
Fu ospite di John, suo vecchio inquilino, che conviveva
ancora in precaria armonia con l’ex. Non appena mise
piede in casa gli fu ovvio che Sheila, l’ex di John, lo aveva puntato.
«Rieccoci di nuovo. Non ci sono storie, le faccio capire
che ho il cuore impegnato» si ripetè, ma Sheila
aveva a disposizione armi potenti ed una volontà di ferro.
Gli disse chiaro e tondo che lo voleva, che lo aveva sempre desiderato
e che lui, questo, lo sapeva.
Sì era vero, lui sapeva che tra loro c’era stata in passato
una simpatia reciproca, ma ora aveva una donna che
lo aspettava a Dubai.
Dubai, figuriamoci!
Alla prima occasione in cui furono soli in casa,
lei lo trascinó in camera da letto e aggiunse alla sua
collezione il trofeo più sospirato.

Non aveva tradito Liz, tecnicamente, si rassicurava, perchè
non erano ancora ufficialmente assieme, perchè non
erano ancora usciti per il primo appuntamento.
E tutto sarebbe andato liscio (dato che la coscienza se
l’era messa a tacere con questa scusa) se non fosse
stato per quell’infezione che “urlava” il suo tradimento.
«Maledizione a me e a quella stronza di Sheila che mi ha
attaccato questa roba schifosa» grugnò.
Il dottore lo rassicuró che applicando quella pomata
 in due settimane sarebbe tornato come nuovo.
«Due settimane?! Come faccio a temporeggiare per due settimane?
Che scuse le invento? Perchè mi vanno sempre tutte storte?»
si torturava incapace di darsi una risposta.

Riuscì a mettere in fila una serie impensabile
di scuse degne del Re della Menzogna:
un mal di testa, una scadenza di lavoro,
una cena di lavoro, un’intossicazione alimentare,
la partita della squadra del cuore...
Allo scadere del quindicesimo giorno la pomata
aveva fatto effetto e le scuse erano esaurite:
era tempo di invitarla al primo appuntamento.
postato da: mvittoria alle ore 20:38 | link | commenti (6)
categorie: storie
venerdì, 20 aprile 2007

RRROCK FRIDAY

Sul divano c’era il libro delle tablature
dell’album Siamese Dream degli Smashing Pumpkins.
Da qualche tempo mi frulla per la testa
di imparare a suonare la chitarra.

In realtá ci avevo giá provato con Simona molti anni fa.
Andavamo a lezione da un amico ma non ha funzionato.
Non funzionano mai queste cose tra amici perchè
non le si prendono mai con la necessaria serietá.

Invece di suonare passavamo il tempo a farci fare le mappe astrali.
È lì che mi sono stati predetti i transiti di Urano.

Ma questa è un’altra storia.

Ho imparato a suonare solo un pezzo,
Wish you were here dei Pink Floyd, ed io,
i Pink Floyd, non li ho mai ascoltati in vita mia.

Imbraccio la chitarra elettrica, apro il libro e
mi metto a suonare Disarm. Dopo mezz’ora
sono piuttosto in alto mare, ci impiego una
vita a trovare le posizioni sulla tastiera,
gli accordi sembrano esercizi da contorsionista
per le mie dita atrofizzate, i polpastrelli mi dolgono,
mi innervosisco. Decido di prendermi una pausa,
mi infilo le cuffie ed ascolto il brano, per memorizzarlo.

Alzo il volume al massimo.

All’improvviso mi rivedo sul terrazzino in camera
di mio fratello seduta davanti ad un caldo tramonto estivo.
Disarm suona a tutto volume dal mega impianto
stereo, la ascolto e riascolto numerose
volte incurante del vicinato. Sono a casa da sola, guardo
il sole tramontare immersa nei mie pensieri.

Chissá a chi o a cosa sto pensando.

Forse ai transiti di Urano.


Band: Smashing Pumpkins
Brano: Disarm
Album: Siamese Dream

postato da: mvittoria alle ore 13:31 | link | commenti (7)
categorie: musica, storie, io
martedì, 17 aprile 2007

MANIE

Nessuno ne è immune.
Per lo piú ci si convive pacificamente,
talvolta se ne viene sopraffatti, spesso a causa loro
si viene derisi o, nel peggiore dei casi, evitati.

La mania ti assale la notte prima per l’indomani,
così regoli la sveglia, ti corichi a letto, ma pochi secondi
dopo riaccendi la luce perchè non sei certa di averla
azionata.
E se non funziona? Meglio testarla.
La regoli affinchè scatti 2 minuti dopo.
Trattieni il respiro...
Squilla.
Ottimo. Tuttavia ne imposti pure una seconda giusto
per sicurezza.

Driiiiin.

Sono le 8.00. Sgusci fuori dal letto e
ti prepari per uscire. Non ti consideri sveglia
se non hai bevuto il caffè con mezzo
cucchiaino di zucchero, rigorosamente bollente.
Se la temperatura è solo lievemente al di sotto
dei cento gradi centigradi lo butti.

Il blu è il tuo colore. Ti vesti di blu, vivi in una casa
in cui tutto, dalle pareti al servizio di bicchieri, dalla
carta igienica alle tende, è blu. Ma di tutte le sfumature.
Di tanto in tanto ti tingi di blu (rigorosamente elettrico)
pure un ciuffo di capelli,

Esci, chiudi la porta dietro di te con cinque mandate
ma per essere certa che sia chiusa ci dai pure un paio di
spallate contro.

Scendi per le scale perchè l’ascensore ti crea
claustrofobia e controlli che in tasca ci sia
il nastro di raso che ti rilassa e ti fa sentire
sicura quando lo strusci tra le dita.

Al lavoro se ti scappa un bisognino te lo
tieni fino alla pausa pranzo quando puoi
tornare a casa tua e farlo nel tuo bagno.
Se ti trovi fuori e proprio non ce la fai piú
prima di entrare in un bagno pubblico
ti arrotoli i jeans anche se li porti ad acqua
alta e non ci sarebbe modo di toccare per terra a
meno che tu non decida di distenderti sul
pavimento. Quindi sali sopra il wc e la fai
come fosse una turca perchè non vuoi rischiare di
sfiorare il bordo con le mutande o un lembo di pelle.
Poi le mani le lavi a 200 gradi centigradi per
eliminare i germi e questo lo pratichi
possibilmente decine di volte al giorno.

Quando sei al ristorante ti siedi sempre
lontano dalle pareti perchè devi essere
certa di poter andare al bagno se ti dovessi
sentire male. All’improvviso ti sale un sonno
incontrollabile, come una narcolessia, tutta
la stanchezza del mondo ti schiaccia e te ne torni a
casa spossata.

La frutta e la verdure non le mangi. Non le
tocchi neppure perchè ti ripugnano e sei in
grado di rilevare un micro pisello nascosto in un boccone
di carne, patate e pane. Non usi il sale, mai,
neppure nell’acqua della pasta e se qualcuno
si versa del sale sul piatto lo guardi innorridito.

Potrei andare avanti ore.

Mi fermo.

Questo è uno spaventoso collage di manie,
un melting pot di ansie e nevrosi.
Contiene manie di tante persone diverse, me compresa.
Non vi dico quali mi appartengono.
Vi lascio indovinare.
E se vi va potete contribuire ad aggiungere tasselli
a questa sorta di Frankestein.

frankenstein
postato da: mvittoria alle ore 13:30 | link | commenti (23)
categorie: storie, curiositá, io
martedì, 03 aprile 2007

ARRIVEDERCI DENIS

Denis Tronchin

Remember when you were young, you shone like the sun.
Shine on you crazy diamond.
Now there's a look in your eyes, like black holes in the sky.
Shine on you crazy diamond.
You were caught on the cross fire of childhood and stardom,
blown on the steel breeze.
Come on you target for faraway laughter, come on you stranger,
you legend, you martyr, and shine!

You reached for the secret too soon, you cried for the moon.
Shine on you crazy diamond.
Treatened by shadows at night, and exposed in the light.
Shine on you crazy diamond.
Well you wore out your welcome with random precision,
rode on the steel breeze.
Come on you raver, you seer of visions, come on you painter,
you piper, you prisoner, and shine!

Nobody knows where you are, how near or how far.
Shine on you crazy diamond.
Pile on many more layers and I'll be joining you there.
Shine on you crazy diamond.
And we'll bask in the shadow of yesterday's triumph,
and sail on the steel breeze.
Come on you boy child, you winner and loser,
come on you miner for truth and delusion, and shine!


Per conoscere la storia di Denis, cliccare qui
postato da: mvittoria alle ore 17:20 | link | commenti (4)
categorie: storie, attualità
giovedì, 15 marzo 2007

COLLEGHI #1 - Flaubert, il francese (del Sud)

Per chi volesse conoscerlo meglio clicchi qui

Quando l’ho visto la prima volta ho pensato
che fosse un tamarro: troppo curato, iper griffato,
un fanatico degli status symbols con l’aria da smorfiosa.

Oggi è uno dei miei colleghi preferiti.

Non è mica che sia cambiato, sia chiaro, ma,
conoscendolo, ho scoperto che avevamo piú cose
in comune che punti di divergenza. Ció non toglie che
quando indossa la cintura di Dolce & Gabbana con
il teschio tempestato di diamante sintetici
mi strappa sempre un sorriso.

Flaubert è un dandy, amante di tutto ció che è
raffinato e piacevole nella vita.
Vive nella lussuosissima Chelsea, a sentirlo,
a casa si nutre solo di foie gras, ostriche e champagne,
ed esce solo nei locali piú chic della cittá;
poi peró, in ufficio, si nutre solo di noodle soup,
quelli in busta che si ammorbidiscono versandoci
sopra l’acqua calda e si insaporiscono sciogliendoci
dentro il contenuto liofilizzato di una bustina: una
gamma immensa di aromi per 40 pence (60 centesimi) l’uno.

È un francese orgoglioso di essere tale ed
un feroce critico degli inglesi (e degli americani),
ma non stupido da non vedere luci e ombre in entrambi.
Poi c’è Parigi che "non fa la Francia" e mi pare il
minimo per un francese di Toulouse. Non credo
sia un caso il fatto che non abbia legato molto
con l’altro francese di Parigi. Ma devo dire che
il disinteresse è reciproco.
Flaubert è piú colto della media, con due lauree all’attivo
(a quanto pare in Francia l’universitá è completamente gratuita)
e sempre informato su temi d’attualitá e di politica.

La mattina sono in grado di capire se Flaubert è in ufficio
semplicemente dando uno sguardo alla cucina: se è linda e
ordinata vuol dire che è giá arrivato, se invece sembra
un campo di battaglia abbandonato da una ventina di ragazzini
selvaggi e bavosi che hanno giocato a tirarsi dietro cibo e bevande,
allora significa che mi tocca iniziare a pulire.

Trans Am
postato da: mvittoria alle ore 13:47 | link | commenti (14)
categorie: storie, lavoro, relazioni, io
martedì, 27 febbraio 2007

ISRAELIANI E PALESTINESI UNITI IN PROTESTA CONTRO IL MURO

Come ogni settimana, da due anni a questa parte, diverse centinaia di persone hanno innalzato le bandiere e marciato in protesta lungo la via principale del villaggio di Bil’in, nella West Bank, fino a raggiungere il muro.

israeliDavanti ad un gruppo di soldati israeliani hanno ribadito la loro contrarietà alla costruzione della barriera di 437 miglia che si dispiega lungo la West Bank e che ha sottratto metà dei territori appartenenti al villaggio di Bil’in. Oltre la barriera inizia il più vasto insediamento israeliano nei territori occupati, Modi’in Illit.

L’unicità di questa protesta sta nel fatto che i dimostranti sono un raro mix di Palestinesi e Israeliani che porta avanti una forma di protesta e resistenza non violenta. Le proteste a scadenza settimanale di Bil’in, giunte al secondo anniversario di attività venerdì scorso, sono uno degli esempi più alti di attivismo congiunto tra due popoli, spesso amaramente divisi.

Uri Avnery, 83, un ex parlamentare israeliano e uno dei più famosi attivisti della sinistra israeliana dice: “questo villaggio è unico perfino in Palestina perchè è l’unico villaggio che ha il fegato di lottare, settimana dopo settimana, contro la costruzione del muro”
E continua: “L’opinione pubblica israeliana non è a conoscenza di quanto accade qui, non sa nulla. Noi vogliamo far capire che questo muro non ha nulla a che fare con la sicurezza: è un muro che sottrae terra ai villaggi per darla agli occupanti dall’altra parte.”

Mustafa Barghouti, un parlamentare moderato Palestinese dice: “Bil’in ha dato il migliore esempio di lotta non violenta contro le misure prese da Israele, il messaggio è che non accetteremo mai il muro dell’apartheid”

Le parole di Barghouti trovano eco in un rapporto speciale delle Nazioni Unite, uscito la scorsa settimana, sul rispetto dei diritti umani nei territori Palestinesi che contiene una delle più aspre critiche alle scelte politiche di Israele nei territori occupati giungendo a paragonarle a quelle dell’apartheid in Sud Africa.

Comunque la triste realtà è che l’azione congiunta di Bil’in non è riuscita nè a deviare la traiettoria del muro nè a sensibilizzare l’opinione pubblica israeliana.

Ofer Shorr, 39, traduttore di Haifa, regge un cartello “il muro deve cadere”: “stiamo chiudendoli in un ghetto e, in un certo senso, questo sta circondando pure Israele”. 

Non appena una nuvola di gas lacrimogeno viene lanciata contro la folla, un gruppo di ragazzi palestinesi risponde con una sassaiola.

Gad Miron, israeliano, con la moglie Sara, insegnante di matematica dice: “Fa male sapere che stiamo ancora occupando i loro territori, ma non abbiamo una rappresentanza che possa cambiare lo stato delle cose. C’è una profonda paura che è iniziata con l’Olocausto e che ora muove le scelte del governo. Non siamo in grado di liberarci di questa paura, ma, con le nostre azione, ci stiamo mettendo in pericolo”.

Fonte: the Guardian


Lascio l'ultima parola ad uno dei graffiti realizzati da Bansky sul muro presso il villaggio palestinese di Kalandia.

west bank (kalandia)
postato da: mvittoria alle ore 00:05 | link | commenti (13)
categorie: storie, attualità
venerdì, 23 febbraio 2007

QUESTIONE DI EQUILIBRIO # 2

Da piccola sognavo di fare la ballerina.
Ricordo ancora quel pomeriggio in cui
mia madre mi accompagnó ad iscrivermi
alla scuola di danza piú accreditata della cittá.
Una donna le disse di tornare l’anno successivo
perchè ero troppo piccola.
Cosí, per quell’anno, mi iscrisse a ginnastica artistica,
ma mi appassionai cosí tanto che continuai a praticarla
per sette anni consecutivi e mi scordai di diventare una ballerina.

Mi iscrissi insieme a Cristina, la mia amica del cuore.
Tutti ci chiedevano se eravamo sorelle gemelle nonostante
lei avesse gli occhi verdi. Sará stato perchè avevamo
entrambe i capelli tagliati a caschetto, neri e lisci,
e una corporatura minuta.

Il mio attrezzo preferito era il volteggio.
Cristina era molto portata per la trave, mentre io
c'avevo un rapporto di amore e odio con quell'attrezzo:
avevo il terrore di cadere.
Un'equilibrista con le vertigini… che paradosso!

Seguivamo le competizioni nazionali ed
internazionali soprattutto su Il Ginnasta,
rivista mensile della Federazione, talvolta in televisione,
ma solo per le gare piú importanti quando la RAI si
degnava di mandarle in onda, o andando ad assistere
ai campionati italiani.
Tenevamo un quaderno ciascuna dove scrivevamo le biografie
delle nostre atlete preferite, incollavamo
le fotografie ritagliate dai giornali e, quando non avevamo
due doppi della stessa immagine, disegnavamo una copia
ricalcandola con la carta semitrasparente.

Conservo ancora quei quaderni. Ora peró esiste
Youtube e ho scoperto una galleria inesauribile di filmati
che risalgono a Nadia Comaneci passando attraverso
le mie eroine di infanzia per arrivare ai giorni nostri.

Questa atleta si chiama Tatiana Groshkova, anno 1973,
della grande scuola sovietica.
Tatiana e la trave erano una cosa sola. Si muoveva agile
e flessibile su una superficie di soli 10 centimetri, creativa,
innovativa, i suoi esercizi erano delle piccole coreografie,
dei camei ricchi di personalitá.

Questo è uno degli esercizi piú spettacolari che ricordi.

Enjoy.


Routine alla trave, 1990, incontro Usa-Urss.
postato da: mvittoria alle ore 18:15 | link | commenti (12)
categorie: sport, storie, io